
Routes d’antan — Edition bilingue français-rromani/Papusza/L Harmattan 2011
Bronisawa Wajs, meglio nota come Papusza (Lublino 1908 o 1910 – Inowrocław 1987) è stata una poeta e cantante polacca di etnia rom, la più grande poetessa rom del dopoguerra
Ad ogni 27 gennaio, ricorrenza del Giorno della memoria, prevale il ricordo della Shoah, dello sterminio di sei milioni di esseri umani di religione ebraica. Una enormità, che va ad eclissare la memoria di altri genocidi, come appunto quello del popolo zingaro (Rom, Sinti, Jenisch).
Si ritiene che almeno 700mila zingari siano stati massacrati dentro e fuori i campi di sterminio, il 70 per cento dell’intera popolazione.
Papusza durante le persecuzioni naziste, si nascose nei boschi ucraini della Volinia Si salvò, una delle poche fortune della sua vita, mentre 35.000 zingari polacchi, vittime del Porrajmos, la Shoah di rom e sinti, finirono nei lager.
“Lacrime di sangue”, forse la sua poesia più famosa descrive ciò che ha subito il suo popolo per mano dei soldati tedeschi a Volyn nel 1943 e 1944. Racconta dei mesi difficili durante i quali i Rom si nascosero nei boschi per sfuggire alla persecuzione dei soldati nazisti. Come tutte le poesie di Papusza, anche questa ha un carattere autobiografico. (Bronislawa Wajs PAPUSZA “Lacrime di sangue” – Guida Auschwitz (guida-auschwitz.org))
Lacrime di sangue
Nel bosco. Niente acqua, né fuoco. Grande la fame.
Dove avrebbero potuto dormire i bimbi? Non c’era tenda.
Non avremmo potuto accendere il fuoco la notte.
Di giorno, il fumo avrebbe avvisato i tedeschi.
Come vivere con dei bimbi nel freddo dell’inverno?
Tutti sono scalzi…
Quando decisero di ucciderci per prima cosa ci costrinsero ai lavori forzati.
Un tedesco venne a trovarci:
Ho cattive notizie per voi. Vogliono uccidervi stanotte.
Non ditelo a nessuno. Sono anch’io uno scuro zingaro,
del vostro sangue – dico la verità.
Dio vi aiuti nella nera foresta.
Dette queste parole ci abbracciò tutti…
Niente cibo per due tre giorni.
Tutti a dormire affamati.
Non riuscendo a dormire fissavano le stelle.
Dio, quanto è bello vivere!
I tedeschi non ce lo permetteranno.
Ah, tu, mia piccola stella! All’alba tu sei grande!
Abbaglia i tedeschi! Confondili,
portali fuori strada
così i bambini ebrei e zingari potranno vivere!
Quando arriverà il grande inverno,
cosa farà la zingara con il suo bimbetto?
Dove troverà dei vestiti? Sono tutti diventati stracci.
Uno vuole morire.
Nessuno sa, solo il cielo, solo il fiume ascolta il nostro lamento.
Gli occhi di chi ci videro come nemici?
La bocca di chi ci maledisse?
Non ascoltarli, Dio
Ascolta noi!
Giunse una notte fredda, le vecchie zingare cantarono
una fiaba zingara: verrà un biondo inverno,
la neve, come piccole stelle, coprirà la terra e le mani.
Gli occhi neri geleranno i cuori moriranno.
Tanta neve cadde che coprì la strada.
Avresti potuto vedere solo la Via Lattea nel cielo.
In questa notta gelida una piccola figlia muore,
e in quattro giorni le madri seppelliscono nella neve
quattro piccoli figli.
Sole, senza di te guarda che piccolo zingaro sta morendo di freddo
nella grande foresta.
Una volta, a casa, la luna restava nella finestra,
non mi lasciava dormire. Qualcuno guardò dentro.
Chiesi – chi è?
– Apri la porta, mia bruna zingara.
Vidi una bella ragazza ebrea,
che tremava di freddo e cercava da mangiare.
Povera creatura, piccola mia.
Le ho dato del pane, quello che avevo, una camicia.
Dimenticammo entrambe che non lontano c’era la polizia.
Ma non vennero quella notte.
Tutti gli uccelli stanno pregando per i nostri bimbi, così la gente cattiva, le vipere, non li uccideranno.
Ah, destino! Sventurata ventura
La neve cadde fitta come foglie, ci sbarrò la strada,
una neve così pesante seppellì le ruote dei carri.
Qualcuno dovette battere a piedi una pista,
spingere i carri dietro i cavalli.
Quanta miseria e fame!
Quanti affanni, quante strade!
Quante pietre aguzze hanno ferito i nostri piedi!
Quanti proiettili hanno sfiorato le nostre orecchie!
L’articolo “Papusza, la sirena nel bosco che raccontò il mondo rom” fornisce interessanti dettagli sulla persona di questa poeta






