
Quasi tutti conoscono di Bertha Pappenheim la sua vicenda giovanile come Anna O. negli “Studi sull’isteria”, pubblicati da Breuer e da S. Freud nel 1895.
Anna O. ha 21 anni nel 1980, quando suo padre si ammala gravemente (morirà l’anno dopo). Mentre lei lo assiste durante la notte, alternandosi alla madre, che si occupava di lui di giorno, viene presa da allucinazioni, fenomeni di parziali paralisi, disturbi della vista e della parola. Questi sintomi si verificano sempre più spesso e con una tale gravità, che essa, oramai costretta a letto, viene affidata alle cure del medico di famiglia Breuer. Breuer sviluppa un suo metodo terapeutico, che Anna definisce “Talking- cure”, ponendo la paziente in un leggero stato ipnotico, durante il quale essa deve andare sempre più indietro nel tempo alla ricerca dell’evento che ha originato ogni sintomo isterico di cui soffre. Breuer procede nella cura — lunga ed onerosa — fino a che la dichiarerà guarita dopo due anni dall’inizio della terapia. In realtà egli interrompe bruscamente le visite a causa della moglie, gelosa della bella e giovane paziente, vicenda che fu in quegli anni oggetto di pettegolezzi nell’ambiente viennese soprattutto ebraico .
Dall’esperienza della terapia, nasce il metodo terapeutico all’origine della psicoanalisi, come poi descriverà Freud negli scritti seguiti agli studi sull’isteria.
Anna O. nel 1882 era ben lontana dalla salute sia psichica che fisica. Seguirono altri cinque anni di ricoveri tra sanatori e cliniche, e dovette anche curarsi dalla dipendenza da droga, dato che i suoi disturbi erano stati trattati con massicce dosi di tranquillanti, sonniferi e morfina.
Si deve anche considerare che il solo fatto di non essere sposata all’epoca rappresentava un’anomalia- e tra gli ebrei anche più che tra gli altri, dato che i loro matrimoni venivano arrangiati di massima in giovane età, per le donne tra i sedici e diciotto anni. Se Bertha, bella, ricca e di famiglia altolocata, non era sposata, si suppone che avesse rifiutato proposte matrimoniali o che comunque aspettasse l’ amore, che invece non ci fu.(Ne fa testimonianza la sua bella poesia composta in anni più tardi, “ Mir wurde die Liebe nicht” per me non c’è stato amore).
A questo punto intervenne però il contatto con sua cugina Anna Ettlinger, scrittrice parimenti non sposata e anzi orgogliosa della propria indipendenza, che l’incoraggiò a costruirsi un modello di vita libera da costrizioni, in cui realizzare sé stessa. Il percorso di costante impegno sociale, iniziato nel 1888 con il suo trasferimento a Francoforte insieme alla madre, è per Berta Pappenheim – da quel momento non più Anna O. — la chiave della salute psichica e fisica. Anche nelle ore in cui sentiva maggiormente la solitudine , dirà poi, “mi consola il pensiero, che avrei potuto avere un marito sciocco o un figlio snaturato”.
A Francoforte, città di provenienza della madre, la famiglia Goldschmidt era nota. A partire dal bisnonno, erano diventati molto ricchi: lo zio materno di Bertha per esempio era banchiere, e finanziava progetti di grandi ferrovie americane.
Nel 1796 le armate francesi avevano definitivamente chiuso il ghetto di Francoforte, la Judengasse, e negli anni trenta dell’ottocento, quando era nata la madre di Bertha Recha Goldschmidt , gli ebrei francofortesi, circa il 10% della popolazione cittadina, avevano incominciato a frequentare attivamente circoli e movimenti liberali..
Questo ambiente era lontano da quello viennese, dove malattia e vicende di Bertha erano state di dominio pubblico, mentre a Francoforte non se ne sapeva nulla, e quindi è comprensibile la fiducia di Bertha in un completo cambiamento di vita nella sua nuova residenza.
Essa iniziò subito a collaborare con zie e cugine all’interno dell’ impegno sociale, che la legge ebraica prescrive. La “zedakah”, la carità ebraica, è parola che significa anche “giustizia”: fare del bene non è quindi solo venire incontro al bisogno con l’elemosina, è molto di più, dato che suo movente deve essere il fine di perseguire la giustizia. In pratica vuol dire aiutare le persone a divenire autosufficienti, in modo che della beneficenza non abbiano più bisogno. L’impegno sociale di Bertha è da vedere tenendo conto di questo e anche del suo sentirlo come dovere primario, avendo lei grandi possibilità di tempo e di denaro. La prescrizione della carità ebraica non è uguale per tutti: infatti da maggiori possibilità – economiche e sociali – discendono maggiori doveri. Bertha definirà l’elemosina “un narcotico”, dannoso e mortificante per chi la riceve, e tutta la sua azione si incentrò nell’assistenza pubblica e privata in funzione di una maggiore giustizia.
Cominciò subito usando le sue capacità di narratrice, già sperimentate nella talking-cure e anzi attingendovi abbondantemente. I suoi primi scritti sono fiabe per bambini, pubblicate anonime, che in parte riportano le fantasie del tempo della malattia, che all’epoca essa soleva definire “teatro privato”. Non mancano però di intenti pedagogici, che ritroveremo nella sua opera di assistenza e guida nelle case da lei fondate per donne, ragazze e orfani.
La prima ingiustizia, che Bertha denuncia e vede nell’ebraismo, è la discriminazione del sesso femminile nell’istruzione. Di questo lei stessa si sente vittima, dato che, mentre il fratello è frequentò il liceo e si laureò in giurisprudenza, la sua educazione venne limitata. Bertha accusa l’ebraismo di non permettere alle donne alcun altro tipo di realizzazione, se non come mogli e madri. Il suo primo passo è dunque quello di istruirsi — in maniera del tutto autodidattica – dedicandosi alla lettura ed alla pubblicistica in generale ed in particolare a quella sui problemi delle donne. Legge i quaderni del giornale “Die Frau”, fondato da Helene Lange, che definisce come suo fine non l’imitazione dell’uomo, ma l’affermazione della diversa natura femminile e del suo libero sviluppo al servizio dell’umanità. Bertha collaborò a lungo e scrisse per “Die Frau”, come fecero Lou Andreas- Salomè, Bertha von Suttner e Gertrud Bäumer.
L’inizio del nuovo secolo vede la comunità israelitica di Francoforte alle prese con l’immigrazione di numerosi ebrei dall’ovest, a causa dell’antisemitismo nell’Europa dell’Ovest e dei pogrom in Russia. In questa situazione si rendono necessarie nuove istituzioni, non basta più la costituzione di doti per il matrimonio, ma si devono perseguire misure che rendano indipendenti le donne come gli uomini e ci si occupi dei molti orfani, maschi e femmine.
Tra le nuove istituzioni nasce un orfanotrofio per fanciulle, per il quale Bertha aveva già prestato la sua opera prima che la direttrice si ammalasse. Dal 1885 essa la sostituisce, nonostante avesse molti dubbi sulle proprie capacità organizzative, dubbi che risulteranno del tutto infondati, tanto che due anni dopo l’Israelitischer Frauenverein la nomina direttrice.
Da questo momento la sua vita si svolge principalmente nella casa per orfane della Theobaldstrasse e la conduzione ne viene profondamente mutata. Alle ragazze, che vi sono ospitate, se ne aggiungono altre di famiglia francofortese, che perseguono una qualificazione professionale in economia domestica. Bertha, contrariamente a molte femministe, che ritenevano i “lavori femminili” un sistema per costringere le donne in casa, li apprezza ed incanala in un percorso professionale femminile. Il suo impegno nel sociale è sempre a titolo gratuito e, finché dipende da un’istituzione pubblica, il suo salario viene regolarmente reimpiegato in progetti a beneficio dell’istituzione, per esempio in corsi gratuiti di qualificazione professionale.
L’amministrazione della città di Francoforte valuta molto positivamente l’impegno di Bertha Pappenheim, tanto che le conferisce la qualifica di “curatrice onoraria di bisognosi ed orfani”.
Da parte della comunità ebraica essa invece viene soprattutto criticata. Come mai?
Bertha, nel suo lavoro con giovani orfane, era venuta a conoscenza di un fenomeno molto diffuso: l’avviamento di giovani ebree alla prostituzione, una vera e propria tratta di povere donne soprattutto provenienti dalla Galizia ucraina e polacca, allora sotto l’Austria.
Bertha fece due lunghi viaggi in Galizia per informarsi personalmente sulla situazione e chiese ai rabbini ed ai maggiorenti delle comunità di riformare usi e leggi che facilitavano i trafficanti. Essi contattavano fanciulle con una proposta di matrimonio: dato che le giovani galiziane per lo più non erano alfabetizzate e anzi sprovviste di qualsiasi qualificazione, esse accettavano subito le proposte dei trafficanti. Il matrimonio rabbinico (quello civile in Galizia non era obbligatorio) non veniva però riconosciuto al di là della frontiera e il sedicente marito non aveva alcun ostacolo a venderle al postribolo. Lo stesso era persino più facile conn donne coniugate e poi abbandonate dal marito,: se l’ex marito non le ha dato la lettera di divorzio (il “get”), l’abbandonata, detta “aguna”, non può più essere sposata da un ebreo osservante, e quindi chiunque sia disposto a sposarla è gradito.
Bertha pubblica nel 1900 “Zur Judenfrage in Galizien”, firmato ancora con lo pseudonimo P.Bertold , come i suoi precedenti saggi, che testimoniano delle difficoltà per le donne a pubblicare con il proprio nome. Però in questo testo compare anche il suo vero nome e ci si richiama ai suoi scritti precedenti nonché alla sua traduzione della famosa “Vindication of rights of woman” di Mary Wollstonecrafts, suo primo approccio con ll tema dei diritti della donna.
L’aver reso pubblica l’esistenza di una- percentualmente consistente, anche all’interno della vasta rete europea- tratta di donne e di trafficanti ebrei, fu il principale motivo di severa critica della comunità nei confronti di Bertha Pappenheim: si disse che offriva argomenti agli antisemiti e fu aspramente confutata la sua accusa all’ebraismo di doppia morale e di discriminazione delle donne.
Non tutti gli ebrei condividevano queste critiche e l’Israelitischer Verein la invitò a tenere un conferenza dal tema ”Le basi sociali della moralità pubblica”, che essa tenne il 26 febbraio del 1901.
La conferenza ebbe grande successo e la sera stessa fu fondata a Francoforte l’associazione di assistenza femminile “Weibliche Fürsorge”, attraverso la cui opera si fornì assistenza giuridica e mediazione professionale, ricoveri e asili per donne sole e in cerca di aiuto
L’azione di Bertha Pappenheim sulla tratta, tema allora dominante comunque in tutta Europa, le procurò alleanze con molte organizzazioni femminili in Germania e molte collaboratrici a Francoforte. L’esperienza da lei fatta nelle istituzioni, allora prevalentemente a conduzione maschile, la convinse a provare la via dell’associazionismo femminile, in ciò sostenuta particolarmente da Sidonie Werner, presidente del Frauenverein Hamburg. In occasione del Council of Women del 1904 a Berlino, Bertha fondò l’unione ebraica Femminile, Jüdischer Frauenbund (JFB) a livello nazionale, di cui fu a lungo presidente. L’JFB si riprometteva di sostenere i diritti delle donne in tutti i campi, nell’istruzione, qualificazione professionale e partecipazione al mercato del lavoro, temi tutti nell’ambito del movimento delle donne, e parallelamente di sostenere le richieste di riforma dell’ebraismo necessarie alle donne ebree.
Certamente la fondazione del Bund rappresentò un passo avanti nella pubblicizzazione dei temi sui diritti delle donne e la coesione tra le associazioni ( nel 1907 l’Unione contava 82 associazioni con 32.000 socie ebree) ne ampliò le possibilità di azione.
A seguito di un viaggio in Russia, intrapreso nel 1905 allo scopo di fornire all’JFB concrete proposte di aiuto agli ebrei sopravvissuti ai pogrom, Bertha concepì il piano di fondare un proprio ospizio per ragazze e bambini nel circondario di Francoforte. Una delle sue cugine, Louise Goldschmidt, mise a disposizione del Bund una casa a Neu-Isenburg, cittadina alle porte di Francoforte. Il progetto partì nel 1907, grazie a numerose donazioni, cui contribuirono anche donne della famiglia Rothschild, e a seguito di trattative con l‘amministrazione di Neu-Isenburg, (più liberale di quella di Francoforte, all’epoca prussiana ), che assecondò la nuova fondazione: finchè visse Bertha, non vi si ebbe infatti alcun episodio né manifestazione di antisemitismo.
Le condizioni per essere ammessi nella casa del Bund erano l’appartenenza ebraica, lo stato di bisogno e la prevedibilità di successo delle misure educative previste.
Nel 1908 vi erano dieci ospiti, (quattro bambini, due adolescenti, quattro madri, di cui alcune incinte): una grande famiglia, come constatò soddisfatta Bertha. Ogni ospite doveva eseguire lavori assegnati dalla direzione, come metodo educativo e preparazione ad una vita indipendente. Si viveva in modo estremamente parsimonioso, senza personale esterno, dato che ognuno collaborava col suo lavoro alla pulizia ed alla cucina. Chi voleva istruirsi, imparare lingue, fare musica o dedicarsi all’arte veniva non solo incoraggiata e aiutata. In molti casi Bertha interveniva con fondi personali per finanziare un corso di qualificazione, formazione musicale o artistica, che altrimenti non sarebbe stata possibile.
Furono proibiti regole comunemente usate negli educandati: punizioni corporali, “Karzer”( luogo apposito di isolamento), obbligo di vestire uniformi. Chi sbagliava, veniva punito con la privazione di momenti ludici o di svago. Nessuno era obbligato a rimanere nell’istituzione contro la sua volontà.
L’arredamento era semplice, limitato allo stretto necessario, attraente nei limiti del possibile e familiare. Bertha stessa viveva nella casa da mattina a
Nel frattempo alla prima casa se ne erano aggiunte altre tre e un grande giardino con orto e frutteto, altro luogo di lavoro per le ospiti.
Vi vennero ospitate, oltre alle donne evase dai bordelli, ragazze in pericolo di essere avviate alla prostituzione e madri non sposate con i loro figli. Questi frequentarono la scuola locale, fino a quando ciò fu proibito dai nazionalsocialisti. Una casa era destinata al personale, divenuto necessario alle dimensioni dell’istituzione. In tutte le quattro case si osservavano i rituali ebraici, dalle prescrizioni alimentari, alla celebrazione delle feste e del sabbat. Il modello proposto da Bertha non si scostò mai da quello interno all’ebraismo. Proprio perché rimaneva fedele alla tradizione della donna come madre trasmettitrice di cultura, quindi madre spirituale innanzitutto, oltre che fisica, essa desiderava che la natura femminile venisse confermata dall’ebraismo, in un ruolo diverso da quello maschile, ma per cui la donna doveva essere ugualmente istruita e considerata pari.
In questa luce è anche da leggere la sua opposizione all’aborto, che lei vide come minaccia di estinzione del popolo ebraico e negazione del dovere materno.
Attraverso una lontana parente venne a conoscenza delle memorie di Glückel von Hameln, un’antenata della famiglia paterna: vi vide confermato il modello ebraico in cui le donne potessero identificarsi e tradusse in tedesco il testo dall’originale jiddish. Lei stessa si identificò in Glückel, tanto da farsi ritrarre vestita come avrebbe potuto esserlo lei, anche se i loro percorsi di vita non si assomigliavano in nulla.
L’energia, che Bertha impiega nel suo lavoro quotidiano con le ospiti nelle case del Bund, fu ancora più necessaria nei lunghi ed onerosi viaggi che essa alternò al lavoro a Neu-Isenburg.
A partire dal 1911 partecipò a congressi a Lipsia, Londra e Madrid. Visitò Costantinopoli, Smirne, Giaffa, Haifa, Tiberiade, Cairo, Alessandria e Gerusalemme. In ogni luogo teneva conferenze nelle associazioni femminili e in comitati ebraici sul tema della tratta: accompagnata da traduttori, parlava con prostitute e tenutari di bordelli, per poi raccontare quanto vi aveva appreso alla locale polizia, ai medici condotti, ai sindaci e governatori. Scriveva lunghe lettere alle amiche e collaboratrici, raccomandando di conservarle, dato che dovevano servire di base ad un libro, che fu poi pubblicato. La sua prima biografa, amica e collaboratrice, Dora Edinger, ci riferisce alcune delle sue riflessioni: essa era ben conscia di rappresentare di per sé una provocazione: una signora elegante e di buona famiglia, che non avrebbe dovuto neanche nominare la prostituzione e a cui mancava addirittura il vocabolario per parlarne! Essa si chiedeva come avrebbero reagito i suoi genitori, se avessero saputo a quale missione si era dedicata.
Da donna che viaggiava sola doveva superare molti ostacoli per essere ricevuta e poter parlare con le vittime della tratta e con coloro, di cui richiedeva l’intervento.
Eppure non rinunciò a viaggiare, fu di nuovo in Galizia e in Russia e la sua ultima tappa nel 1935, quando ormai era segnata dalla malattia, fu Vienna, al cui museo di arti applicate donò una collezione di famiglia e la sua di pizzi, da lei raccolti nel corso degli anni. Probabilmente in questo viaggio distrusse materiale autobiografico, perché non si scoprisse l’identità di Anna O. Questa divenne pubblica solo nel 1953, quando Ernst Jones ne rivelò il vero nome in una nota a piè di pagina della sua biografia di Freud.
Bertha morì il 28 maggio del 1936, in seguito al tumore, di cui soffriva da tempo. I Come molti ebrei Bertha si rifiutò fino all’ultimo di credere alle tragiche conseguenze della dittatura: raccomandava di non reagire all’antisemitismo dei toni, di apparire il meno possibile. Non era sionista ed era contraria all’emigrazione in Palestina. Il 15 settembre 1935 scrisse una dei suoi “Denkzettel” ( che vuol dire annotazioni, ma anche ammonimenti) .”Per una piccola parte degli ebrei la Palestina già come spazio può significare qualcosa — per lo spirito dell’ebraismo il mondo è appunto grande abbastanza”.
P.S. Il collegamento tra la paziente Anna O. e la pioniera sociale Pappenheim è stato tema di numerosi scritti all’interno della vastissima bibliografia su di lei.1), consultabile nella mostra perenne “Bertha Pappenheim “nella casa del Bund a Neu-Isenburg).
Espongo la conclusione, a cui sono arrivata io, anche grazie alla biografia di Marianne Brentzel, secondo me la più completa.
Il successo di una terapia psicoanalitica dipende in primo luogo dalla fatica ed autodisciplina del paziente nel ricercare le origini della malattia: la guarigione richiede uno sforzo costante e duraturo, di cui solo persone di grande sensibilità e volontà sono capaci. Grazie a questo patrimonio di eccellenza, che senza dubbio possedeva Bertha Pappenheim, essa passa dalla guarigione alla vita successiva senza problemi.
Ricordo che l’analisi non promette la felicità, ma unicamente il reinserimento in una vita senza traumi. Infatti Bertha sa che le manca qualcosa, ma attraverso la maternità spirituale dà il giusto indirizzo al suo impegno. All’interno dell’ebraismo e della “zedakah”, da lei reinterpretata come terreno fondamentale della tradizione femminile, ogni donna si può riconoscere.





