Anne Hébert, I bambini del sabba, (Traduzione e cura di Maria Pia Nappi)
Luciana Tufani editrice, Ferrara, 2008
Orig. Les Enfants du sabbat, Editions du Seuil, 1975
Ci sono diversi elementi in questo romanzo di Anne Hébert che ricordano il romanzo incompiuto di Michail Bulgakov, pubblicato postumo alla fine degli anni Sessanta: Il Maestro e Margherita[1]. La traduttrice e curatrice Maria Piera Nappi lo fa notare nella sua ampia postfazione: ci sono i riferimenti al cristianesimo, alla magia nera e al rapporto ambivalente tra il bene e il male. Tuttavia un altro libro mi sembra avere fortemente influenzato e ispiratoI bambini del sabba ed ha un percorso cronologico in qualche modo simile al romanzo di Bugakov. Sul finire degli anni Sessanta viene ripubblicato, dopo essere apparso negli anni Venti, il saggio dell’antropologa Margaret A. Murray Le streghe nell’Europa occidentale[2]. Al momento di questa riedizione il movimento femminista sta rinascendo negli Stati Uniti e in Europa e si rinnova l’interesse per quel femminicidio storico noto come caccia alle streghe. «Le streghe son tornate» scandiscono le donne nei cortei dei primi anni Settanta e con questa dichiarazione di propensione femminile alla magia le donne rivendicano un loro lato oscuro che nello stereotipo femminile corrente della moglie e madre oblativa, pura, generosa e disposta al sacrificio ha poca cittadinanza.
I bambini del sabba della scrittrice canadese, viene pubblicato nel 1975 e ricorda il saggio della Murray in particolare là dove l’antropologa definisce la stregoneria un culto sincretico, frutto della fusione – e diffusione negli strati meno istruiti della popolazione – del cattolicesimo con culti arcaici, soprattutto culti lunari: «Adélard si è attaccato sulla fronte due corna di vacca e una corona di foglie verdi» (p. 42). Le corna sono nell’immaginario preistorico e ancora oggi presso alcune popolazioni pastorali collegate all’influenza della luna sui cicli: mestruali, stagionali, riproduttivi, di risveglio della natura e della vegetazione.
La persecuzione delle streghe coincide con il travagliato periodo delle guerre di religione, della persecuzione degli eretici, della Riforma e Controriforma. Fino a quel momento c’è da credere che da parte dei missionari cristiani ci fosse stata una certa tolleranza rispetto alle religioni precedenti, considerate sì pagane, ma utilizzate dal clero per far comprendere alle popolazioni il nuovo impianto teologico cristiano. In qualche modo qualcosa di questo sincretismo sopravvive anche in tempi moderni. Scelgo un esempio che mi è prossimo: nella mia città, Torino, c’è una grande chiesa neoclassica sulle rive del Po, la Gran Madre di Dio. Impossibile non pensare al culto della Grande Madre. Inoltre si dice che la chiesa sorga sulle rovine di un Iseo, quello che nella città romana era il tempio dedicato alla grande madre egizia Iside, venerata a Roma appunto come divinità materna e rappresentata con Horus bambino tra le braccia. All’interno della chiesa la statua della Madonna col Bambino (immagine di maternità identica a quella egizia) poggia su una falce di luna, rappresentata proprio come due corna argentee che emergono da un cuscino di nubi.
Quando si svolgono i fatti narrati ne I bambini del sabba i tempi della caccia alla streghe sono ormai lontani. Siamo in Canada, paese su cui il crollo di Wall Street del ’29 si è fatto sentire duramente e così anche le leggi statunitensi sul proibizionismo. È in corso la seconda guerra mondiale e i giovani canadesi partono volontari per combattere il nazifascismo, ma un piano temporale evocato dai ricordi della protagonista è appunto quello della crisi degli anni Trenta e delle distillerie clandestine nascoste nella foresta.
L’infanzia rievocata da Julie è qualcosa di selvaggio e carnale. Ecco un passo che dà un’idea del suo rapporto con la madre.
«Philomène è seduta sui gradini della scala, davanti alla porta. È mezzogiorno. I suoi capelli biondi sono avvolti in bigodini. Il suo vestito rosa, strappato sotto le braccia, le sue ascelle nere e umide.
Tende le braccia verso la bambina che accorre, irsuta, pidocchiosa e imbrattata di more.
- Mia piccola sporcacciona! Mia piccola sfacciatella! Mia cacchetta deliziosa! Mia piccola zuccherina di bimba!
Che parole meravigliose, quelle della madre! Che odore meraviglioso il suo! La bambina si rannicchia nel grembo materno, su quel meraviglioso vestito rosa già stinto e sporco, con i suoi fiorellini color malva mezzo cancellati. Ma che beatitudine sentire sotto il vestito le grosse cosce morbide e accoglienti!» (p. 64)
Da questa infanzia dalla profonda vitalità animale Julie si è allontanata, si è quasi strappata, per entrare nel convento delle Dame del Preziosissimo Sangue. Significativa la scelta dei nomi: il Preziosissimo Sangue trova una corrispondenza in antichi culti dionisiaci dell’estasi e dell’ebbrezza e Julie de la Trinité è altrettanto poco casuale. La Trinità costituisce senza dubbio un elemento complesso della dogmatica cattolica, caro ad esempio alla teologa Adriana Zarri che amava definire se stessa appunto, una “teologa trinitaria”. Il mondo della foresta, del paganesimo e della stregoneria, gioca invece sul numero quattro. Due coppie, il doppio del doppio. Una sorta di raddoppio della contrapposizione originaria tra i sessi.
Nel corso della narrazione la scena infantile è dominata dalla coppia genitoriale: la strega e il suo compagno, incarnazione di Satana, avvinti in un corpo a corpo erotico da cui i figli, pidocchiosi e denutriti, sono esclusi durante l’infanzia, ma non più all’avvicinarsi della maturità sessuale. Da quel momento l’incesto rituale è ciò che dovrebbe definitivamente iniziarli al mondo della stregoneria. La protagonista è stuprata dal padre, il fratello resiste alla seduzione materna e si sottrae alla sua sfera di influenza partendo volontario per la guerra: Somewhere on the Front è l’indirizzo scritto sulle rare lettere che la sorella riceve. Per ottenere da dio la salvezza del fratello, che ama appassionatamente, la strega Suor Julie de la Trinité si mortifica nel convento dove sta per prendere i voti.
Maria Piera Nappi sottolinea la condizione di schiave delle donne raccontate in questa storia. Ed effettivamente la loro possibile scelta è tra due forme di schiavitù entrambe crudeli: il convento con le sue gerarchie, le sue penitenze, i digiuni e le mortificazioni o la foresta con la sua crudeltà animale, lo stupro, l’incesto. Il sabba, la festa selvaggia in cui i convitati possono dimenticare per un attimo, storditi dall’alcol e dalle pozioni di Philomène, la povertà, la fame, l’emarginazione, contravviene al divieto del cardinale che ha proibito le danze in tutta la diocesi di Québec. Anne Hébert ne descrive la ritualità pagana in giustapposizione al rito cattolico della messa: le somiglianze balzano all’occhio. Il sabba nella foresta viene infatti rievocato da Julie durante la messa celebrata nella cappella del convento e i momenti del rito cattolico, tenuto in latino quasi a sottolineare una sua qualità di formula magica, sono direttamente accostati ai ricordi della stregoneria.
La natura di strega di Julie finirà per prevalere, soprattutto quando la notizia del matrimonio, della paternità e in seguito della morte del fratello, vissuti tutti come un tradimento, vanificano il suo sacrificio.
«Lei! Sempre lei! Una strega! E sua madre anche lo era. (Tutti sanno che la stregoneria è ereditaria) E la sua bis-bisnonna. E l’antenata, là, in cima alla stirpe: attraversa l’Oceano, su una barca a vela, in pieno XVII secolo. Lei con cui il marito non ha mai potuto “andare d’accordo”, laggiù, nel vecchio continente, in Francia, perché era una strega. Si intrufola tra gli immigrati e mette piede in Canada. Coltiva le erbe selvatiche che crescono nelle sterpaglie delle foreste. Prepara unguenti e droghe, decanta l’odio e l’amore, li rende pazzi, li abbandona tutti accoppiati insieme, annodati vivi sulle nuove terre. (p. 195)»
È ammirevole la sintesi creativa che Anne Hébert in queste poche righe traccia della storia della stregoneria in tutta la sua suggestione e la sua ambiguità. Malgrado le molte e autorevoli ricerche storiche, siamo ancora ben lontane dall’averne portato in luce tutto il mistero. La figura della strega da un lato può affascinare in quanto evoca un senso di potere, un’energia che in parte ha a che vedere con la potenza femminile, con l’orgoglio di essere donna. Ma dall’altro lato è un’immagine talmente carica di proiezioni maschili negative da costituire una sorta di specchio deformante. Non è un caso che è sempre quando più forte gli uomini sentono il bisogno di rimetterci al nostro posto che si scopre quanto siamo pericolose. Il fatto che le donne facciano paura non è nient’altro che una buona giustificazione per renderne più pesante l’oppressione.
Nell’ultimo capitolo del libro ha luogo la nascita partenogenetica. Nascita mostruosa, ma non c’è forse un elemento inquietante e misterioso in tutte le nascite? Suor Julie partorisce e il bambino, che è considerato figlio del demonio, viene subito esposto e soffocato dalla neve. Ma Julie, che ora può abbandonare il convento e raggiungere il suo maestro che l’attende nella notte, dichiara di avere compiuto la sua missione: «Ho dato loro il demonio per comunione. Ormai il male è dentro di loro.»
Ferdinanda Vigliani
[1] Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, Torino, Einaudi, 1970. Scritto tra il 1929 e il 1940, pubblicato nel 1966 in versione censurata e nella versione completa solo nel 1973, ambienta nella Mosca degli anni Venti una calata dei diavoli. Margherita, per amore di uno scrittore che è stato rinchiuso in manicomio come indesiderabile, accetta di diventare una strega e, per una notte, di guidare il sabba. Sul nome della protagonista, Margherita, è interessante osservare che senza dubbio riecheggia la Margherita del Faust, ma ancor più suggestivo è il capitolo che Margaret Murray dedica ai più comuni nomi delle streghe nell’Europa occidentale: Margherita, Margaret, Margot, Rita, Ghita e tutti i possibili derivati sono indubbiamente quelli che appaiono con maggiore frequenza. È facile immaginare come questo rispecchiamento nel nome possa essere piaciuto all’antropologa inglese studiosa di stregoneria.
[2] Margaret A. Murray Le streghe nell’Europa occidentale, Tattilo Editrice, Roma, 1974, orig. The witch-cult in western Europe, Oxford University Press, 1921–1967





