
Stampato in proprio, Milano 1974, 40 p.

Si tratta di un piccolo manuale di quaranta pagine che presenta, con linguaggio piano e illustrazioni dalla grafica chiara e semplice, i diversi metodi anticoncezionali. Dopo un’introduzione di due pagine (Perché questo libretto), è suddiviso in venti brevi capitoli che partono dalla Visita ginecologica e dalla descrizione dell’apparato genitale femminile e maschile, per passare poi in rassegna i vari contraccettivi, e concludere con un accenno a I problemi psicologici cui si aggiunge un Vocabolarietto. L’insieme risulta sintetico ed efficace ai fini di un’informazione di base sull’argomento.
Progettato con l’aiuto di una ginecologa e realizzato con la collaborazione di una grafica, fu ristampato numerose volte. Ebbe una diffusione militante (gruppi femministi, AIED, CEMP, ecc.) e numerose copie furono spedite per posta, nell’arco di tre anni circa, a quante ne facevano richiesta: arrivarono lettere da ogni parte d’Italia, da grosse città e sperduti paesi. Il prezzo di vendita, molto contenuto anche per allora (300 lire) riuscì a coprire le spese di produzione. Fu pubblicato in un periodo in cui era ancora illegale la “propaganda” agli anticoncezionali, anche se erano già mature le spinte che, di lì a poco, avrebbero portato alla legalizzazione ella contraccezione e alla legge sull’aborto. Ebbe anche un’edizione portoghese: fu infatti edito a Lisbona, dalla Prelo Editora, nel 1978, e di lì diffuso nei paesi d’oltre-oceano di lingua portoghese.
Il gruppo che lo ideò aveva cominciato a riunirsi in via Cherubini – primo luogo storico del movimento femminista milanese – nel 1973, agendo una modalità che allora si praticava e teorizzava con molta forza: l’azione politica deve fondarsi sull’esperienza e sui bisogni delle persone. Un aborto recente e ancora bruciante nel ricordo, un inizio di gravidanza minacciato da un’epidemia di rosolia, una ginecologa troppo stretta nel ruolo codificato del sapere medico avevano fatto incontrare tre donne. Dal confronto di quelle diverse esperienze, incentrate sul ruolo riproduttivo del corpo femminile, emerse la consapevolezza di quanto esso fosse ancora vittima di tabù e voluti silenzi. Dietro la liberalizzazione dei costumi degli anni Sessanta, dietro l’esaltazione dell’immaginetta santa della maternità, l’esperienza reale parlava di paura, solitudine e ignoranza. Ognuna, ogni volta, era sola come se fosse la prima volta. Solo il medico, autoritario elargitore di pillole e precetti, riempiva quel vuoto. Ed emerse con altrettanta forza il desiderio di agire per iniziare a cambiare tale stato di cose, perché “imparare a conoscere il nostro corpo e a controllare la nostra fecondità è il primo passo per riflettere su di noi e diventare padrone di noi stesse” (p. 4). Alcune affermazioni contenute nel manualetto appaiono ancora valide nella nuova realtà delle ragazze e giovani donne di oggi, tornate a una nuova ignoranza sui propri corpi. Tra queste, la riflessione su quale significato la possibilità di usare gli anticoncezionali abbia:
Assegnare a noi donne l’esclusivo compito, o meglio ‘vocazione’ di essere madri ha significato toglierci la nostra autonomia e la possibilità di avere gli stessi diritti di pensare, decidere e agire che invece sono permessi e lasciati in esclusiva all’uomo (…). Come se non bastasse, il terrore di figli indesiderati ci ha portato a odiare il sesso e ad avere una sessualità negata e repressa (…). L’ignoranza forzata del nostro corpo e la mancanza assoluta di metodi sicuri ci hanno costretto per secoli a subire gravidanze non volute e ad abortire nella clandestinità e nelle condizioni più disperate (…). Ma anche se l’aborto fosse legale, e avvenisse nelle migliori condizioni di assistenza e di sicurezza, esso resta un grave trauma sia psicologico che fisico. (p. 3–4)
Contro la falsa liberazione sessuale:
Gli anticoncezionali sono un’arma a doppio taglio: possono essere usati dalla donna per la propria liberazione, ma anche dalla società contro la donna (…). Non è a nostro favore la falsa liberazione sessuale da cui siamo sommerse nei cinema, sulle riviste, con la pubblicità, che usano il corpo della donna, liberato dai pericoli dei figli, come un nuovo oggetto di consumo (p. 4).
Per stimolare la coscienza critica:
Con questo libretto (…) vogliamo fornire uno strumento che ci consenta di conoscere il nostro corpo, e sia un primo aiuto verso una scelta consapevole della maternità. Dobbiamo imparare a scegliere (p. 4).
O, ancora, a proposito della visita ginecologica:
Per prima cosa è importante capire che il medico è, anzi, deve essere, disponibile ad aiutarci. Ed è anche suo dovere rispondere alle nostre domande, spiegare cosa ci sta facendo, o perché ci dà una determinata terapia (…). Se siamo coscienti che l’assistenza è un diritto che ci paghiamo, allora possiamo anche gestire, come è nostro interesse, la visita di un ginecologo (p. 5–7).
Concluso questo lavoro, il gruppetto confluì nel gruppo più grande che stava già lavorando per l’apertura del consultorio autogestito della Bovisa di Milano. In quel luogo, di lì a poco, centinaia di donne impararono ad avvicinarsi al proprio corpo in maniera diretta, condividendo con le altre paura e affettività, e prefigurando un modo di relazione mente-corpo, medico-paziente che, per un momento, con l’istituzione dei consultori pubblici qualche tempo dopo, parve a molte a portata di mano, prima di tornare a dissolversi in lontananza.
Scheda critica a cura di Luciana Percovich docente della Libera Università delle Donne di Milano








