
Slavenka Drakulic,
Come se io non ci fossi,
Traduzione di Maria Rita Leto
Milano, Rizzoli, 2000
I tempi della vita hanno qualcosa di innocente, e al tempo stesso inesorabile che in un universo di morte come quello della guerra e del campo di concentramento suona stridente. Nulla come la normalità di certi fatti può sottolineare l’orrore.
Ricordo che nel marzo del 1999, mentre Belgrado veniva bombardata, noi corrispondevamo via e‑mail con Lepa Mladjenovic del Centro Autonomo delle Donne contro la violenza sessuale. In mezzo alle esplosioni e all’urlo delle sirene Lepa riusciva a mettersi in contatto con alcune sue amiche di Pristina e con noi femministe italiane e mentre sulle televisioni ufficiali, controllate dai Serbi, il linguaggio dell’odio e della vendetta prendeva toni sempre più minacciosi, lei inviava sulla rete espressioni di tenerezza e di sorellanza. L’espressione “paura” o suoi sinonimi era quella che ricorreva più spesso nei suoi scritti. Ma ricordo ancora il nodo alla gola provato nel leggere: “Questa mattina, nei negozi di Belgrado e di Pristina è impossibile trovare il latte o il pane, ma è una bella giornata di sole”. È quel sole che splende nel cielo l’elemento che fa male. Si vorrebbe che, come nel lutto di Demetra, la terra si coprisse di ghiaccio. E invece la vita, con tutta la sua fragilità, è alla fine sempre la più forte.
E così oggi i figli dell’odio stanno nascendo nel Kossovo. Che cosa ci può essere di più innocente di un bimbo appena nato? Sappiamo che molti di loro vengono uccisi prima di poter emettere il primo vagito. Sono figli del nemico. Sono il risultato di un atto di guerra. Sono una vergogna da nascondere.
Questa è la seconda ondata di nascite provocate dagli stupri etnici. La prima, quella della Bosnia, si è già ritirata e Slavenka Drakulic può parlarcene, può “andare oltre il punto dove i racconti delle donne bosniache si erano interrotti, inventare le parole per loro, dare voce al loro silenzio”.
Il legame ideale ad un’altra voce di vittima, quella di Primo Levi, è dichiarato fin dal titolo. “Come se io non ci fossi” è la frase con cui Levi, in Se questo è un uomo, parla dell’impossibilità di comunicare l’esperienza del campo di concentramento. Qualcosa di indescrivibile, che non può essere raccontato, che non può essere capito da chi non ci è passato. E del resto anche chi ha vissuto in prima persona quella atroce esperienza in genere preferisce dimenticare.
Questo riposo dell’oblio ad alcuni è negato. La donna protagonista di questa storia anch’essa si trova in questa condizione di non esserci. Le volonterose infermiere dell’ospedale Karolinska di Stoccolma non possono capire la sua volontà di non vedere il bimbo che ha dato alla luce. Neppure immaginano, appoggiando la creaturina sul petto della madre esausta dal parto, di andare contro una sua scelta.
“È libera. Insieme a questo bambino, dal suo corpo è scivolato via tutto il suo passato.” A S. sembra di essere leggera. La sua vita cambierà. Potrà dimenticare l’estate del 1992.
Il racconto incomincia nel maggio del 1992 in un villaggio della Bosnia i cui abitanti vengono prima ammassati nella palestra della scuola e poi sugli autobus che li condurranno nei campi di concentramento. Perché? Nessuna spiegazione. Sotto la minaccia delle armi la sola ragione è la paura.
“Eppure si sopravvive a tutto” afferma una compagna di prigionia e S. pensa: “si tratta dell’istinto di sopravvivenza, che è la suprema legge dell’esistenza”, ma non si sente ancora pronta per questa saggezza quando sente raccontare dalle altre donne atroci storie di violenza. E cerca di non pensare che di quando in quando delle donne vengono prelevate la notte dalla stanza dove tutte loro sono state ammassate, per non fare più ritorno.
La “stanza delle donne”, dove S. viene trasferita in stato di incoscienza nel giugno successivo, dopo essere stata violentata e percossa da un numero indefinito di soldati per un tempo non calcolabile, diviene il luogo definitivo della sua prigionia. Qui, nonostante le violenze sessuali, nella situazione c’è qualche miglioramento: il custode della stanza delle donne ha una moglie che cerca in qualche modo di rendere la loro condizione meno penosa. Lo shampoo, il sapone, gli indumenti che porta loro, da dove provengono? Bisogna cercare di non chiederselo e approfittare di questi rari privilegi e del vitto un po’ migliore senza fare domande. Quante persone stanno morendo? Impossibile persino immaginarlo stando chiuse nella “stanza delle donne”, che ha le finestre oscurate da tovaglie a scacchi rossi. Qui si vive in una specie di crepuscolo senza tempo dove col buio della notte la paura aumenta.
In luglio S. trova una borsetta per il trucco che qualche ragazza ha lasciato dietro di sé. Contiene un rossetto rosso vivo, una matita nera per gli occhi e un ombretto di tre colori. “Sorridere con turgide labbra rosse a quei ragazzi, ai soldati nemici. Sorridere e dire: “Vieni, abbracciami!”. Serenamente inghiottire l’orrore come se fosse sperma. Far finta che non si tratti di stupro, ma di un divertimento di cui anche lei gode. Forse loro se lo dimenticheranno, che avevano il dovere di violentarla.” Con questa finzione seduttoria S. sta applicando la suprema legge della sopravvivenza. Intanto dalle finestre entra un fetore insostenibile, che per diversi giorni continuerà a rendere l’aria irrespirabile: corpi umani che vengono bruciati in un container della spazzatura. Persino dopo la morte l’umiliazione può ancora raggiungerci?
È quasi impossibile combattere contro l’invasione dell’odio. “Stretta in un angolo, S. è oppressa dal fetore e da quel loro odio, ora quasi tangibile. In quel momento S. è assolutamente certa che anche loro sarebbero in grado di fare lo stesso ai soldati del cortile. Ucciderli, bruciarli, rallegrarsi a veder la fiamma. Ma in quel momento non è più sicura nemmeno di se stessa. Forse darebbe una mano anche lei. Forse potrebbe essere la prima ad accendere il fiammifero.” Questa riflessione è un altro collegamento ideale a Se questo è un uomo di Primo Levi. La vittima, con la perdita di ogni dignità umana, finisce per perdere anche la sua identità di vittima. L’odio per i carnefici è invasivo ed è un legame tendente ad un’orrenda simmetria.
Forse anche lottare contro l’attacco dell’odio è per S. una questione di sopravvivenza, mentale più che fisica. Anche in questo caso la legge suprema verrà applicata e infatti, alcuni mesi dopo, nel novembre del 1992, S. potrà lasciare la “stanza delle donne” ancora viva e ancora non del tutto sicura di esserlo.
Il risveglio dall’incubo è graduale e l’incomunicabilità è grande. Accentuata dall’avere scelto di vivere da profuga in un paese come la Svezia, di cui S. non parla la lingua. Ma forse è meglio così. Quella solitudine è come un vuoto sospeso, necessario per riprendere contatto con la normalità.
“Perché proprio in Svezia? Semplicemente perché è molto lontano da tutto questo.”
Ferdinanda Vigliani





