
Maria Rosa Dalla Costa,
Potere femminile e sovversione sociale
Padova, Marsilio, 1972, 116 p.
Si tratta di un libretto che contiene, oltre allo scritto di Dalla Costa Donne e sovversione sociale, un intervento della femminista inglese Selma James del 1953, Il posto della donna. In fondo viene poi riportato un documento storico del femminismo padovano su Maternità e aborto..
Il testo può essere considerato un incunabolo della pubblicistica femminista nel secondo dopoguerra, e documenta la primissima fase del neofemminismo italiano. Dalla Costa rivendica senz’altro il primato: “Il movimento femminile ha cominciato a porsi in Italia da poco più di un anno”, scrive nella breve introduzione, ed è costituito da donne stufe della “appendicolarità” esistenziale sperimentata nei luoghi più diversi “dalle assemblee studentesche alle riunioni di gruppo extraparlamentare o di partito, alle quattro mura della cucina”. La nuova coscienza femminile si è formata dentro ma contro l’ideologia di sinistra, e per spiegarlo Dalla Costa si serve di una parafrasi de Il Capitale di Marx: come la coscienza dello sfruttato in fabbrica prende forma tornando “in sé stesso“superando il frastuono soverchiante della produzione, così l’intera popolazione femminile deve tornare in se stessa vincendo “il fracasso dell’ideologia di sinistra attorno alla produzione” (Introduzione, p. 11).
L’analisi ruota tutta intorno a una figura centrale: la casalinga di classe operaia, condizione considerata non solo emblematica, ma cruciale per la “riproduzione” del sistema di potere capitalistico. Se infatti l’obiettivo ultimo è distruggere il “ruolo femminile” costruito dal sistema, che funziona da “valvola di scarico delle tensioni sociali” (p. 38), obbligando la donna alla funzione passiva di “ricettacolo delle funzioni emotive altrui”, Dalla Costa è tuttavia convinta che la posizione della casalinga di classe operaia sia “determinante per la posizione di tutte le altre donne”. Di fatto appare fra le righe lo sforzo di fondare il nuovo femminismo su una classe-guida, con una funzione analoga a quella della classe operaia per il marxismo classico.
Rispetto allo scritto successivo riportato ne L’Offensiva, Donne e sovversione sociale è molto meno “scritto”, molto più discorsivo e meno controllato. Anche alcune posizioni sono diverse, prima di tutto quella sul salario alle casalinghe che qui viene esclusa come inopportuna (p. 31) e che sarà invece la rivendicazione principale dell’Offensiva. La derivazione degli schemi di analisi da quelli della nuova sinistra extraparlamentare è qui ancor più riconoscibile, Donne e sovversione sociale è tuttavia allo stesso tempo un documento fortemente anticipatore, e pone problemi che sono diventati questioni politiche diffuse solo negli ultimi anni. Colpisce in particolare l’individuazione dell’obiettivo principale: la conquista del “tempo” (p. 35) per poter fare ciò che si vuole fare, e per curare i rapporti umani all’interno della famiglia e fuori.
L’idea della liberazione attraverso il lavoro fuori casa viene rigettata con forza: punto centrale è la lotta contro il lavoro, sia in casa che fuori. “Abbiamo lavorato abbastanza. Abbiamo raccolto migliaia di tonnellate di cotone, lavato milioni di piatti, raschiato milioni di pavimenti, messo i fili a milioni di radio, lavato milioni di pannolini con le mani e con le macchine” (p. 46). La strada indicata è dunque quella di rompere l’isolamento e rigettare il ruolo casalingo: la conquista del proprio corpo e di una nuova identità avverrà solo attraverso la lotta. Le casalinghe dovranno organizzarsi per le lotte nel quartiere: questo permetterà loro di dimostrare ciò che sanno fare al di fuori della conduzione della casa, e permetterà quindi già in partenza di ridurre il lavoro domestico. Un altro metodo sarà quello di incontrare gli altri membri della famiglia al di fuori del ruolo casalingo: ad esempio incontrare i figli alle assemblee studentesche sarà un modo per riconoscersi reciprocamente come individui.
Riguardo all’analisi storica, interessante è l’individuazione di un paradosso: mentre l’eterosessualità viene elevata a religione, di fatto il sistema capitalistico, con la separazione totale di produzione e riproduzione, obbliga a vivere in un mondo omosessuale, dove donne e uomini vivono in sfere separate e emozionalmente incompatibili. Questo ha generato un’estraniazione di generazione e di sesso molto più profonda che nelle epoche precedenti: quasi una “contraddizione fondamentale” del sistema. Molto interessante e bello il documento di Lotta Femminile su Maternità e aborto che risale al giugno 1971, e quindi agli albori della lotta per l’autodeterminazione della fertilità (si noti fra l’altro la denominazione del gruppo che è ancora “Lotta Femminile” e non ancora “Lotta Femminista”). Il documento mostra una visione ampliata rispetto alla rivendicazione principale: la lotta non è “per l’aborto” ma per “diventare madri tutte le volte che vogliamo diventare madri: solo le volte che vogliamo, ma tutte le volte che vogliamo” (p. 86). Lo stesso sistema che vieta l’aborto, obbliga all’aborto ogni volta che sottrae le condizioni economiche, sociali e di vita complessive per diventare madri. La lotta “per l’aborto libero e gratuito (con anestesia) accessibile a tutte” è solo il livello contingente, dovuto all’arretratezza della ricerca medica, che non permette di dire semplicemente “diffusione libera e gratuita dei sistemi anticoncezionali”. Lo scarso sviluppo della ginecologia rispetto alle altre branche della medicina è una parte della storia della sottrazione dell’autodeterminazione sessuale delle donne.
(Emma Schiavon)





