
L’origine della donna;
titolo originale: The Descent of Woman,
Souvenir Press, London, 1972
Elaine Morgan, traduzione di Bruno Oddera,
Torino, Einaudi, 1974
Questo “classicone” è stato recensito negli anni Novanta per il libro 100 titoli, guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, a cura di Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
La traduzione italiana del titolo non rende pienamente il senso dell’originale, che in inglese ha un doppio significato: descent vuol dire tanto “discendenza”, quanto “discesa”, “caduta”. Qualcosa che ci ricorda la cacciata dal paradiso terrestre, la perdita dell’innocenza.
Elaine Morgan è sostenitrice dell’ipotesi, proposta per la prima volta nel 1960 dal professore di biologia marina Sir Alister Hardy, secondo cui la scimmia nostra antenata, durante il riarso pliocene che trasformò le foreste in savane e deserti, ebbe un lungo periodo (lungo dieci milioni di anni) di vita acquatica. Nel corso di questa tappa evolutiva acquisì la stazione eretta, perdette il pelo, si rivestì di grasso sottocutaneo e soprattutto, priva della possibilità di comunicare coi suoi simili attraverso i movimenti di tutto il corpo, o attraverso l’olfatto, inventò il linguaggio. Molti altri elementi contribuiscono nel corso della trattazione a rendere l’ipotesi convincente — si tratta di un libro notevole sotto il profilo della completezza — ma forse non saranno soltanto i pregi scientifici a rendercelo prezioso. Lo stile della trattazione è arguto e reso divulgativo più dalla piacevolezza dell’esposizione che da una semplificazione dei concetti esposti.
L’orientamento androcentrico (l’autrice lo definisce “tarzaniano”) di moltissime teorie scientifiche, viene portato allo scoperto con ironia. Nel contestare la visione eroica, prometeica, del nostro progenitore – il bellicoso cacciatore, carnivoro, intrepido e iscritto ad un club esclusivamente maschile — come scientificamente poco plausibile, Morgan se la prende con alcuni dei più famosi autori che si sono occupati di evoluzione umana, come Desmond Morris[1] e Robert·Ardrey[2] . L’accento che, nei primi anni Settanta, Morgan mette più sulla cooperazione che sull’aggressività, come strategia di successo per la nostra specie, fa sicuramente di lei una precorritrice di teorie che oggi si sono accreditate presso la maggioranza degli studiosi.
Effettivamente parlare di aggressività ha senso, anche secondo Morgan, ma solo alla luce di quella che oggi chiameremmo differenza sessuale. Il passaggio dall’accoppiamento da tergo, comune a tutti i primati, al sesso frontale, ha rappresentato il punto di svolta. La posizione supina, che per tutti i mammiferi significa resa, debolezza, sottomissione, dovette essere imposta alle nostre progenitrici da maschi sui quali l’effetto inibitorio della resa era meno efficace.
Un maschio sia pur minimamente meno reattivo al tabù il quale decretava che in ogni zuffa nell’ambito della specie, se l’altro combattente si arrende, lo si lascia (o la si lascia) libero/a. (p. 67)
Per la prima volta nella storia della vita, l’atto sessuale era stato compiuto con la forza, in un’atmosfera di ostilità, di timore e di violenza. I primi tenui collegamenti mentali avevano cominciato a essere tesi tra sesso e crudeltà da un lato, e sesso e sofferenza dall’altro. (…) Questa fu la Caduta. Non ebbe niente a che vedere con le mele. (p. 68)
È con questa caduta che, secondo Morgan, si spiega anche la perdita dei cicli estrali nella femmina ominide. Il tema della reazione sessuale femminile è, per ammissione dell’autrice stessa, “nebuloso”. Effettivamente i capitoli dedicati all’orgasmo sono i più deboli del libro. L’autrice si è documentata in modo ampio e approfondi to su tutta la letteratura allora disponibile sul tema della sessualità, ma poi ha evitato di prendere partito e dove lo ha fatto i risultati sono alquanto dogmatici: “esistono due sole zone letteralmente e specificamente erogene nella specie umana. L’una è il pene e l’altra è la vagina”(p. 102); e anche un po’ curiosi: “Ciò con cui abbiamo a che fare è una specie di prurito alquanto specializzata.” (p. 80). Tuttavia, nonostante questi elementi non risolti, anche questi capitoli contengono intuizioni di valore. La più importante è forse quella poi ripresa, chiarita e sistematicamente trattata da altre studiose, come Mina Davis Caulfield, sulla dubbia collocazione della sessualità umana nell’ambito degli istinti naturali. Morgan è ancora lontana dall’affermare che “la sessualità è un costrutto socio-culturale”[3] ma che la “natura” sia spesso stata portata a sostegno di teorie androcentriche è, nel lavoro di Morgan, già chiaramente denunciato.
Nella visione “tarzaniana”, la tendenza a massimizzare l’importanza della caccia va spesso di pari passo con la sottovalutazione del contributo femminile all’evoluzione umana. Ora l’importanza della raccolta di cibo, della sua conservazione e preparazione, dell’invenzione di “tecnologie femminili”, come il bastone da scavo e il vaso di argilla, è già sottolineata da Elaine Morgan. Il tema verrà ripreso e sviluppato da studiose come Nancy Makepeace Tanner[4] e Donna Haraway[5] che mettono anche l’accento sulla portata “politica” del “comportamento ripartitorio” delle risorse e dell’influenza che questo dovette avere sull’organizzazione sociale degli ominidi.
Raccogliere, conservare, ripartire, significava accumulare conoscenze. I saperi femminili erano preziosi per la specie e questo spiegherebbe la funzionalità della menopausa, fenomeno assente in tutte le femmine primati. Un periodo della vita libero da compiti materni si rendeva disponibile per la trasmissione delle conoscenze accumulate nel corso di una vita. Secondo Elaine Morgan la trasmissione del sapere in uno spirito di collaborazione, può avere avuto più importanza nella nostra storia di quanta ne abbiano avuta la caccia, l’organizzazione sociale gerarchica e lo sviluppo del conflitto nella guerra.
(Ferdinanda Vigliani)
[1] Desmond Morris, The Human Zoo, Cape, London, 1969; The Naked Ape: a Zoologist’s Study of the Human Animal, Cape, London, 1967.
[2] Robert Ardrey, African Genesis, Collins, New York, 1961; The Territorial Imperative: a Personal Inquiry to the Animal Origins of Property and Nations, Collins, New York, 1966; The social contract: a Personal Inquiry into the Evolutionary Source of Order and Disorder, Collins, New York 1970.
[3] M. Davis Caulfield, Ciie cos’è 11n/11rnle nel sesso?, in «Memoria», n. 15, 1985, p. 21.
[4] N. Makepeace Tanner, Madri, utensili ed evoluzione umana, Bologna, Zanichelli, 1985.
[5] D. Haraway, Animal Sociology and a Natural Economy of the Body Politic, in «Signs», n. 4, 1978.





