
La coscienza di sfruttata,
Luisa Abbà, Gabriella Ferri, Giorgio Lazzaretto, Elena Medi, Silvia Motta,
Milano, Mazzotta, 1972, (quarta edizione 1977)
Come passare dall’intuitivo “sapere” del vissuto quotidiano della condizione di oppressa comune alle donne,a una “coscienza” dello sfruttamento? Può il “sapere scientifico” essere tramite per superare la condizione di inferiorità in cui le donne sono ingiustamente relegate? Proprio perché convinte che tale presa di coscienza sia la via d’uscita dalla subordinazione sociale e familiare, le autrici offrono alle donne un libro che siconfigura come strumento per la loro liberazione, mediante quell’approccio teorico al problema checonferisce la forza dialettica del pensiero, sostanziando il diritto all’eversione degli attuali rapporti tra i sessi. E lo fanno ripercorrendo la genesi del pensiero marxiano e freudiano come più avanzato punto di approdo della critica alla ideologia nella cultura del Novecento, per andare oltre.
Questo tipo di approccio al femminismo, nella forma di uno strumento culturale che fa da contraltare alle “Bibbie del nostro secolo” (le opere di Marx e Freud), si comprende appieno situandolo nel contesto in cuiviene elaborato, cioè sull’onda lunga del movimento di lotte che partono dal 1960 e culminano nel movimento del Sessantotto. Si tratta infatti di un contesto di ripresa del pensiero marxiano svincolato dal “socialismo reale” — nella sua errata applicazione in URSS, ma anche nella togliattiana “via italiana al socialismo”-: la teoria marxiana tornava ad essere usata come strumento di analisi e non più come dogma e rinnovava così la cultura e la prassi di settori del Movimento operaio — in gran parte formati dalle nuove generazioni di militanti politici — che postulava la fine del “centralismo burocratico” dei partiti comunisti (ledecisioni trasmesse dal vertice alla base) a favore della “democrazia diretta” (dalla base al vertice) e affermava principi di autonomia e autodeterminazione dei singoli.
Nei primi anni Settanta un’ampia militanza giovanile si riconosceva in questi valori, fondandoli su una base teorica marxiana di analisi dei rapporti sociali capitalistici; e quei settori di femminismo che li condividevano non potevano sfuggire ad una verifica — sullo stesso piano teorico — della loro validità o meno per la lotta diliberazione della donna.
Le autrici, immerse in una realtà come quella di Trento, culla dei nuovi fermenti culturali del Sessantotto, forniscono dunque alle donne uno strumento per sostanziare, sul piano conoscitivo, la critica alla ideologia dominante, andando alle origini di quella “falsa coscienza” che ha presentato e reso un fatto “naturale” la sottomissione della donna all’uomo nella famiglia, e la sua inferiorità sociale. Esse mostrano come il pensiero marxiano offra un valido strumento di demistificazione, poiché individua l’origine socio-economica e non naturale dei rapporti sociali e personali nel passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale,conseguente al mutarsi di una economia di caccia e nomadismo in una economia stanziale agricola, di allevamento del bestiame (che fonda il dominio dell’uomo sul possesso dei beni). Essa indica inoltre l’evolversi di questa economia in quella capitalistica, basata sulla espropriazione dei mezzi di produzione privati dei lavoratori (maschi). Tale mutamento si riflette sulla famiglia, luogo specifico del dominio dell’uomo sulla donna a causa della perdita da parte dell’uomo delle sue proprietà e strumenti di lavoro che lo rendevano padrone, delegittimando il patriarcato: di conseguenza si genera nella società capitalistica una forte contraddizione interna che mette a nudo il rapporto di dipendenza interpersonale non più diderivazione economico-sociale, nella famiglia (anche se utile alla economia capitalistica). Allo stesso tempo appare la contraddizione tra la funzione riproduttiva della donna del popolo e la sua “necessità” di presentarsi sul mercato come forza lavoro e cade successivamente l’idea che il lavoro femminile nel sistemacapitalistico disgreghi il patriarcato, mentre gli stessi dati sulla occupazione confermano la subordinazionedella donna lavoratrice.
La risposta del pensiero socialista a tale contraddizione risulta diversificata: da quella di Proudhon, che rafforza l’esigenza del dominio dell’uomo sulla donna come essere naturalmente inferiore, a quella di Bebel che postula la liberazione della donna non solo dai rapporti capitalistici ma dalla subordinazione all’uomo, lo stesso proletario, suo padrone, e ritenendo che la cultura dell’uomo abbia forgiato quella della donna, ne deduce che la donna non deve illudersi sull’impegno dell’uomo, ma deve liberarsi da sé. Da quella di Fourier, che vedendo nella donna la maggiore vittima del sistema dei rapporti sociali, intende l’emancipazione come libero sviluppo del suo essere, e la libertà come la capacità di disporre di se stessi; aquella di Marx e Engels che ritengono che la soluzione dell’antagonismo fondamentale tra capitale e lavoro risolverà anche la contraddizione secondaria insita nei rapporti famigliari.
A questo punto le autrici rilevano l’inadeguatezza del pensiero marxiano, resa ancor più evidente dalla realizzazione del comunismo di tipo sovietico in URSS, ove non si è considerata la questione della sessualità come primaria in quanto luogo di un antagonismo che fonda quello sociale: la posizione di Lenin è considerata “intersessista” e ancora patriarcale.
Potrebbe dunque dirsi che “dando a Cesare quello che è di Cesare” le autrici prendano le distanze dalla teoria marxiana ritenuta inadeguata a risolvere i rapporti sociali. Analogamente ciò vale per la psicoanalisi freudiana che, pur risultando strumento teorico che consente di superare le idee di “naturalità” dei rapporti per scandagliarne le reali origini, appare poco centrata poiché pone come relazione principale il rapporto autoritario padre-figlio e non quello uomo-donna. Anche la posizione più attiva di Reich, che non si tira indietro come Freud di fronte alla storia, sgomento dell’inconciliabile conflitto tra istinti e società, risultainadeguata poiché propone la semplice libertà sessuale.
Volendo fornire uno strumento conoscitivo adeguato, le autrici non si fermano alla presentazione delle teorie dominanti ma ne vedono le applicazioni pratiche in alcune forme di governo a noi più vicine: quelle repressive della donna, il Fascismo e il Nazismo, e quelle che, come in URSS, ne hanno sancito l’emancipazione liberandola dalla tutela del marito e trasferendo allo Stato l’onere di strutture sostitutivedi quelle domestiche, garantendo inoltre con leggi la sua indipendenza economica e libertà sessuale: cheintesa come “libero amore” ha comportato la dissoluzione della famiglia con danni sociali che hanno indotto a tornare al passato.
Questa lettura della teoria marxiana e della psicoanalisi è condotta con una minuziosa e piuttosto insistita rivisitazione dei concetti da demistificare (la naturalità della inferiorità della donna) e di quelli da sostenere (il carattere sociale, volontario della sottomissione e del patriarcato) che lascia un’impressione di didatticismo. Allo stesso tempo tuttavia questa insistenza offre una articolazione del discorso, che viene organicamente costruito e rende molto incisiva la tesi sostenuta e inoltre dà risalto ad alcune impostazioni originali, come le argomentazioni sulla donna come casta, “corpo separato” della società. Soprattutto però rafforza lo sbocco a cui si vuole condurre il discorso, che ha lo scopo di superare il marxismo considerando il capitalismo come“la fase suprema del patriarcato e del dominio maschile”, da battere mettendo di fronte l’uomo e la donna come soggetti che devono trovare — vero dato di socialità — il modo di essere entrambi liberi dall’ideologia e da legami di dipendenza e subordinazione.
Trova qui spazio una critica al PCI e all’UDI, che oltre a non avere fatto (a suo tempo) una lotta di classe,hanno elaborato dall’esterno un pensiero e una prassi “per” le donne e non “delle” donne. Le autrici nonforniscono però indicazioni di tipo organizzativo che uniscano le donne, già unificate dalla condizione di sfruttate, attorno ad obiettivi pratici, ma offrono uno strumento di analisi teorica; e tutto fa supporre che considerino la “presa di coscienza” non solo come punto di partenza obbligato per risolvere questa contraddizione nei rapporti sociali, ma anche come elemento capace di per sé di mettere in moto il processo eversivo di liberazione della donna.
Liliana LanzardoLiliana Lanzardo è nata a La Spezia e vive a Torino. Docente universitaria di Metodologie sociologiche e di Metodologie della ricerca storica a Torino, Milano e Trieste, ha condotto studi sulla classe operaia, sui partiti, su tematiche sociali e sulla fotografia. Si è dedicata giovanissima all’intervento politico ed è stata tra i fondatori della rivista «Quaderni Rossi». Tra i suoi lavori ricordiamo Classe operaia e partito comunista alla Fiat, Storia orale e storie di vita, Dalla bottega artigiana alla fabbrica, 1840–1999.





