
Silvia Vegetti Finzi,
Parlar d’amore. Le donne e le stagioni della vita,
Milano, Rizzoli, 2003
Questo libro di Silvia Vegetti Finzi promette fin dal titolo di parlar d’amore. E mantiene la promessa. Le lettrici della rivista Io donna le hanno scritto a partire da identità, situazioni e età molto diverse — diverse stagioni della vita — ma il tema di fondo di tutte le lettere è, a ben vedere, uno solo.
L’amore è un tema filosofico fin dai tempi del Simposio platonico. Ed è una donna, Diotima di Mantinea, a parlarne. Ovviamente quel convito era riservato agli uomini e dunque l’insegnamento di Diotima ci arriva attraverso le parole di Socrate, che a loro volta sono riferite da Platone.
Diotima, che con la sua saggezza ha salvato Atene da una misteriosa pestilenza, comincia a parlar d’amore con un “accostamento — le parole sono di Luisa Muraro[1] — tra l’amore — che è desiderio senza possesso, mancanza che mobilita, passaggio tra mondo umano e mondo divino — e un certo tipo di sapere, quel sapere che, quasi approfittando del suo mancato possesso della verità, si fa mediatore tra scienza e ignoranza.”
Ma questa contiguità tra sapere dell’amore e amore del sapere nel corso del Simposio si perde e approda ad una netta preferenza per il secondo. Il filosofo, non più messo dal desiderio in uno stato di squilibrio, di sbilanciamento verso l’oggetto desiderato, raggiunge uno stato di autosufficienza interiore.
Questo distacco trova in Platone la sua espressione filosofica, ma è in qualche modo tradizionalmente presente nel sentire maschile, dove è comune una certa sopravvalutazione dell’autonomia emotiva, che invece appare alle donne molto meno necessaria. Sembra che gli uomini debbano dimenticare l’amore per poter pensare in santa pace e che per le donne invece amore e pensiero siano fatti della stessa inafferrabile, mutevole materia.
L’amore ha lo straordinario potere di renderci unici.
Ma più dell’amore stesso è il racconto dell’amore a dare questo senso di preziosa elezione di una persona tra tante, di un momento tra tanti dallo sfondo della vita: unicità, irripetibilità.
Le lettere apparentemente vengono scritte per chiedere consiglio, ma questa è soltanto una e forse la più superficiale delle richieste in esse contenute. Tanto più che le risposte di Silvia Vegetti Finzi non sono mai dei “consigli”. La formazione psicoanalitica e la saggezza acquisita con l’esperienza si mescolano nel far sì che l’autrice preferisca sempre rispondere in termini interlocutori, facendo chiarezza nelle impressioni che le lettere le trasmettono, illuminando i problemi senza suggerire soluzioni. Sarà poi la diretta interessata a fare le sue scelte, una volta che, con l’aiuto del confronto e del dialogo, le sue idee si saranno chiarite.
Dietro l’apparenza della richiesta di consiglio c’è dunque altro: il bisogno di far vivere nella lettera inviata al giornale una storia, in tutta la sua irripetibile e irriducibile unicità.
Il racconto di vita ha per le donne un fascino che si spiega, come è stato osservato da Adriana Cavarero[2], col suo essere una risposta ad un fondamentale bisogno di identità. Il racconto di vita parla all’empatia, alla risonanza, è discorso che vive nello scambio, nella relazione e non nell’astrazione. Risponde alla domanda chi è? piuttosto che alla domanda che cosa è? Scambia parole e ascolto e nel farlo costruisce identità e pensiero fondato nella concretezza del chi, del qui, dell’ora.
Non che le donne non siano capaci di pensiero astratto, ma la marginalità culturale in cui sono state per molto tempo costrette si è rivelata un vantaggio nel momento in cui la razionalità astratta è andata in crisi e la speculazione filosofica ha dovuto fare a meno dell’assoluto e dell’universale.
L’andamento sostanzialmente narrativo dell’amicizia femminile testimonia di un bisogno di fondare il pensiero sull’esperienza che si ritrova ovunque in queste lettere e nelle risposte che ricevono dall’autrice. Offerta, richiesta, scambio di gesti e parole amichevoli, che raccontano una storia, ascoltano una storia, offrono e contraccambiano, danno valore e risonanza alla parola dell’altra. Valore alla parola della donna. La chiacchiera sta altrove: nel brusìo mediatico che ovunque ci aggredisce. Queste sono parole che costruiscono pensiero fondato sul partire da sé.
L’esperienza che viene narrata (e che viene ascoltata sempre a partire da un’esperienza — si avverte che l’esperta di psicologia non sta semplicemente mettendo alla prova un impianto teorico, ma è ogni volta pronta a rimettere in discussione ciò che sa di fronte alla peculiarità di ciò che ascolta) non sempre è un’esperienza felice. Anzi, sovente le storie che queste lettere raccontano contengono elementi drammatici, vissuti dolorosi, ma il più delle volte e soprattutto la lettera viene scritta in un momento di dubbio, di sospensione. La nostra avventura umana sembra essere caratterizzata dal dilemma e se poi l’orizzonte entro cui ci muoviamo è quello dell’amore, l’incertezza pare esserne l’elemento naturale. Ma la lezione che le risposte di Silvia Vegetti Finzi ci lasciano in questo libro è in fondo un invito a coltivare la capacità di abitare il dubbio, viverlo come parte integrante delle stagioni della nostra vita.
L’impressione che si deriva dalla lettura di Parlar d’amore è fondamentalmente gioiosa, ma in modo non banale. Comunica una fiducia nella vita che non è mai consolatoria. Il conforto e l’incoraggiamento ci sono, ma non sono mai gesti qualunque e non invitano a dimenticare, ad attutire, a rimuovere. La fiducia che le risposte di Silvia Vegetti Finzi comunicano è fiducia nella nostra capacità creativa di integrare, o, come si direbbe nel linguaggio spirituale della cultura orientale, “illuminare” le esperienze dolorose dando loro il valore e il posto che meritano, parte della nostra vita, elementi che hanno contribuito a fare di noi quello che siamo: le nostre cicatrici sono nostre.
Se in conclusione vogliamo ritornare alle riflessioni con cui si era cominciato: si può, come Diotima di Mantinea, trattare in modo scientifico il tema dell’amore? La risposta che l’autrice di questo libro sembra offrirci è che sarebbe una cattiva scienza quella che non fosse in grado di farlo. Valore all’esperienza e valore anche agli aspetti meno razionali dell’esperienza. In più di un’occasione in questo libro Silvia Vegetti Finzi parla del “gioco della vita”: non tutto può essere descritto in termini logici. Ad una lettrice che lamentava un comportamento incomprensibile da parte di un suo ex-fidanzato, l’autrice risponde:
“Non si è mai trovata una dimostrazione logica che spieghi le intermittenze del cuore. Ma sarebbe auspicabile? Vi è già tanto calcolo, obbligo e normatività nella nostra vita che un pizzico di follia non guasta. Serve a introdurre quella dimensione di possibilità, di imprevedibilità, di libertà, che rende il futuro desiderabile” (p.82).
L’imprevedibilità fa parte del gusto di vivere e non si deve avere fretta di andare a leggere l’ultima pagina del romanzo:
“La fretta di risolvere la situazione rivela l’incapacità di sopportare la tensione, di reggere l’emozione del gioco. Eppure, come insegna il romanticismo, è proprio attraverso i legami d’amore che ci si conosce e si impara a decifrare la mappa delle relazioni affettive, purché si conceda ai sentimenti il tempo di dispiegarsi in una narrazione.” (p.44)
Il tempo. Il tempo è una delle coordinate del gioco. Non a caso il sottotitolo parla di stagioni della vita e non a caso la prima lettera riportata è quella di un’adolescente, mentre l’ultima è di una donna di sessant’anni. In comune hanno la capacità, ma vorrei dire la forza, di raccontare la loro storia. Una risorsa a cui questo libro dà valore: racconti di vita. Sono sette anni di lettere alla rubrica Psiche lei e il libro nasce dalla scelta di non disperdere questo patrimonio di esperienze e affetti che tutti in qualche modo affermano la loro “irriducibile pretesa di felicità”.Ferdinanda Viglian
[1] L. Muraro, La maestra di Socrate e mia, in Diotima, Approfittare dell’assenza, Napoli, Liguori, 2002, p.30
[2] A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997





