
Donne si diventa
Serena Nozzoli
Roma, Vangelista, 1973
Questo “classicone” è stato recensito negli anni Novanta da Liliana Buti – insegnante – per il libro 100 titoli, guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, a cura di Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
“Formidabili”, a ripensarli oggi, quegli anni Settanta. Formidabile, poi, che una giovane donna si presentasse allora alla tesi di laurea per discutere di Emarginazione della donna e condizionamenti del consenso nel prestigioso luogo depositario di quella cultura dove le donne erano state ammesse perché tributassero devozione. Ne dava notizia, nel numero di giugno 1974,
«Effe» “il giornale delle donne e per le donne”: da pochi mesi aveva aperto uno spazio alla lotta comune che demistificava i modelli della stampa femminile ispirati alla “mistica della femminilità” come destino. La tesi, pubblicata in volume il cui titolo provocatorio Donne si diventa diceva chiara la denuncia di un addomesticamento, metteva a disposizione del Movimento un’ampia documentazione di quella ideologia del patriarcato in cui, ignorandone perfino il nome, eravamo cresciute e “diventate donne”.
Il saggio apre con un affondo contro questa ideologia del patriarcato che da millenni consacra il pensiero maschile a espressione e rappresentazione dell’intero genere umano: in quel momento, soprattutto, rappresentava una formidabile denuncia di parzialità. La prima parte va alla ricerca, in tutte le culture e nei loro vari campi, dei segni capaci di testimoniare il valore dominante della “virilità”; la seconda ne denuncia le implicazioni nelle istituzioni che hanno condizionato le donne al consenso: principalmente famiglia, scuola, pubblicità, stampa.
Mariella Bettarini, nella sua recensione, scriveva: “Difficile riassumere in breve i contenuti del libro per la vastità dei temi affrontati in un discorso che fa parlare i fatti con una passione e razionalità insieme che valgono più delle polemiche”. Le informazioni ricche e rigorose — l’indice le intitola puntualmente — e le interpretazioni politicamente mirate, danno maggiore forza alla denuncia contro il patriarcato; oggi il testo potrebbe essere la via per introdurre correttamente al femminismo le ragazze. Inoltre, l’impegno con cui il saggio fu prodotto è oggi (e allora tanto più) testimonianza della capacità con cui, in una donna, la passione che nei secoli le è stata imputata come bassa soggezione alla corporeità materiale, può alimentare una lucidissima razionalità. Questo far parlare i fatti, la nuda realtà nella passione di chi l’ha sofferta in modo aderente al vissuto, è l’innesto fecondo da cui può ancora trarre vigore la pianta ormai adulta della politica delle donne. Nonostante il femminismo italiano sia nato legato alla politica della sinistra — la sola in cui ha trovato terreno favorevole — proprio alla complicità della sinistra è interamente dedicato il capitolo con cui il saggio si conclude. La politica della sinistra apparve già nei primi tempi del femminismo alquanto limitata, per quel suo guardare alle donne solo nella loro veste di lavoratrici (p. 230), per quel suo definire ironicamente “insufficiente rilevanza politica” (p. 243) la strategia della liberazione. Non furono poche coloro — tra cui l’autrice — che dai partiti e gruppi della sinistra presto uscirono (p. 236) riconoscendo “alienata” (p. 220) una politica che, figlia della cultura scolastica, non rinuncia ad affermare (p. 240) la distanza che separa e immiserisce mortalmente l’esperienza vissuta dal sapere riflesso. Chiusa nella strettoia di una ideologia, isolando il tema economico, la sinistra non sa guardare all’umanità nella sua interezza e valuta l’opposizione uomo-donna alla stregua di un conflitto di classe (pp. 222/ 223): a causa della mancata “rivoluzione culturale”, anche i rivoluzionari restavano profondamente intrisi dell’ideologia patriarcale (p. 243).
Almeno altre due intuizioni di questa giovane donna mi piace sottolineare: il rifiuto della emancipazione come efficace meta del processo di liberazione (“La liberazione della donna non significa acquisizione del diritto di entrare nel mondo maschile allo stesso titolo degli uomini bensì, il che è molto di più, conquista di uno spazio autonomo per esprimersi” p. 13) e la necessità che il femminismo apra “un discorso che sia non solo critico ma anche propositivo e affermi le potenzialità creative e innovatrici insite nella liberazione della femminilità come valore” (p. 12).
Bisognerà aspettare Irigaray perché questo “spazio autonomo per esprimersi”, che qui si chiede, apra alle donne l’intero paesaggio in cui abita la vicenda umana, che il pensiero della differenza è oggi storicamente chiamato a percorrere. Ma questo paesaggio di vita e di pensiero non si sarebbe mai aperto per le donne senza la rabbia dirompente mista di felicità del Movimento degli “sbalorditivi” anni Settanta. Di cui resta importante, efficace e caro documento il saggio di Serena Nozzoli.
(Liliana Buti)





