
Compagno padrone. Relazioni interpersonali nelle famiglie operaie della sinistra tradizionale e della sinistra extraparlamentare,
Laura Grasso, Rimini-Firenze, Guaraldi Editore, 1974
Questo “classicone” è stato recensito negli anni Novanta da Maria Beatrice Perucci – sociologa e documentalista – per il libro 100 titoli, guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, a cura di Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
Nella memoria dell’oggi Compagno padrone - titolo della prima pubblicazione di Laura Grasso, sociologa e successivamente anche psicologa — è presente in modo ancora molto vivo, quasi uno slogan, tra le espressioni più evocative e conosciute del femminismo degli anni Settanta. Innegabile infatti è stato ed è tuttora l’impatto della provocazione che l’autrice invia con l’abbinamento di due termini così fortemente antitetici: “compagno” e “padrone.” L’attenzione è subito risvegliata, la contraddizione immediatamente evidente: l’ipotesi dell’autrice è che la politica della sinistra tradizionale ed extraparlamentare cioè la politica che ha affrontato e riaffrontato la lotta allo sfruttamento di classe — abbia escluso dalla sua teoria e soprattutto dalla sua pratica la dimensione viceversa cruciale del rapporto interpersonale tra uomini e donne. Che abbia anzi riprodotto su questo terreno le modalità di sfruttamento e oppressione combattute, questa volta agite da parte di un sesso sull’altro. La forte pregnanza del titolo è d’altronde solo la prima e più diretta espressione di un “documento” che presenta nel suo insieme una particolare originalità all’interno del dibattito femminista del periodo. Come altre autrici sue coeve, infatti, in questo libro la Grasso riflette sostanzialmente sul tema “il personale è politico”, nucleo centrale della nuova concezione della politica che il femminismo va elaborando dai suoi inizi: la questione posta sulla scena della analisi politica è quella della contraddizione presente nelle relazioni interpersonali tra uomini e donne. Tuttavia, questo testo fece molto scalpore al momento della sua uscita e colpisce ancora oggi perché chiede di fare due significativi passi in avanti. Innanzitutto è il primo contributo teorico edito che in quegli anni sceglie di percorrere nell’analisi la strada del confronto diretto con il materiale delle soggettività maschili e femminili interessate dalla riflessione (coppie operaie, il cui partner maschile è impegnato nei partiti della sinistra tradizionale ed extraparlamentare), piuttosto che quella della sistematizzazione teorica. All’interno di una ricerca empirica, con una preferenza per le metodologie qualitative più proficue sul piano della analisi psicologica, l’autrice effettua colloqui in profondità con un piccolo campione di venti famiglie, di cui dieci hanno come capofamiglia un operaio militante del PCI e dieci un operaio militante nella sinistra extraparlamentare. I temi toccati sono: il rapporto dell’operaio militante con la donna che fa politica e il tipo di partecipazione politica della moglie; il tipo di intervento dell’operaio militante nel lavoro domestico; il rapporto con i figli.
L’approccio metodologico adottato richiama dunque in concreto la necessità di una vicinanza effettiva, nella analisi come nella pratica politica, alla dimensione più “personale” degli individui, non solo quindi ai comportamenti di ruolo ma anche agli atteggiamenti:
...affrontare (…) il problema, in termini non astratti, (…) accettare di farsi coinvolgere su piani affettivi, emotivi, istintuali, di fronte ai quali gli strumenti della dialettica (con la loro matrice esclusivamente razionale) sono del tutto insufficienti, per non dire inidonei” (p. 210).
Con questo taglio l’autrice anticipa la valorizzazione della pratica autocoscienziale del movimento femminista come “strumento” di indagine che vedremo sempre più diffondersi, successivamente, nelle scelte metodologiche degli studi “di genere”, soprattutto di tipo sociologico e storico. Laura Grasso stessa svilupperà e approfondirà nel corso degli anni il suo interesse personale e professionale per questo taglio di analisi, portando poi la sua attenzione sui rapporti tra donne e in particolare sul rapporto madre-figlia[1], che vede il suo tra i contributi più significativi del dibattito femminista.
Se questo è il primo merito del testo, di tipo metodologico, numerose “testimoni” dell’epoca ricordano che esso ha avuto anche il merito di recepire e dar pubblica voce — nella scelta dell’oggetto d’indagine: le relazioni interpersonali nelle famiglie operaie della sinistra tradizionale e della sinistra extraparlamentare — ad un’inquietudine femminile diffusamente presente in quegli anni e in vari ambienti (il sindacato. i gruppi della nuova sinistra. il PCI, ecc.) e che però non si era ancora resa così pienamente visibile.
Il “coraggio” dell’autrice è quello di mettere il dito sulle contraddizioni tra personale e politico nel rapporto uomo-donna presenti in una specifica area politica, proprio quella che ha affrontato e riaffrontato i grandi temi dello sfruttamento di classe, della libertà, del rispetto tra gli individui. Non si tratta quindi di un ambiente “neutro”, e tantomeno di un ambiente lontano per le donne protagoniste del femminismo di quegli anni, compresa colei che scrive, ma anzi di un ambiente in cui una parte significativa di loro sta ancora vivendo l’esperienza di una “doppia militanza”, a cavallo tra il movimento delle donne e la sinistra. Si tratta quindi di affrontare alla luce del sole un tema particolarmente vicino e difficile, cioè sia il rapporto politico delle donne con i potenziali “alleati” del femminismo nella lotta per la liberazione dell’umanità, sia il rapporto “privato” delle femministe con i loro compagni, i colleghi, i mariti.
Laura Grasso si chiede:
perché la maturità politica di questi compagni, impeccabili nelle loro formazioni politiche e onestamente impegnati nella lotta, non si traduce in un’analoga maturità nei rapporti familiari e specificatamente col sesso femminile (mogli, compagne di lavoro, compagne di lotta)? (p. 3) perché non portare questa attività all’interno della propria casa e iniziare un cambiamento nei rapporti con la moglie e con i figli? (p. 33).
Ciò che, interrogandosi sulle ragioni del conflitto tra condotta sociale e condotta privata degli operai politicizzati intervistati, l’analisi mette in luce è l’esistenza di “una specifica ideologia riguardante il rapporto uomo-donna, che potremmo definire come ideologia maschile. Questa ideologia (…) coesiste con l’ideologia politica nel caso dei militanti operai che abbiamo intervistato, ma non ne viene toccata né condizionata” (p. 210). A fuoco è quella che l’autrice ritiene sia la ragione di fondo della presenza nelle ideologie politiche di sinistra, di ciò che viene definito come “ideologia maschile”, cioè la lettura della realtà esclusivamente in termini socioeconomici e strutturali:
La politica tradizionale, il marxismo, il leninismo, ecc. non forniscono alla sinistra (…) gli strumenti per risolvere il problema della donna sia in sede politica che in termini di discorso diretto personale con l’altro sesso; l’uomo imposta questo discorso in termini socioeconomici, su di un piano strutturale, oppure a livello etico, pone l’accento sull’esistenza di contraddizioni irrisolvibili nell’attuale assetto sociale ed effettua così un’operazione razionale e intellettuale fine a se stessa, un’operazione di dialettica pura e semplice: l’informazione, al posto della rivoluzione (p. 210).
In questa riflessione il riferimento più forte per l’autrice è — come lei stessa ricorda tuttora — l’analisi sviluppata da Il Cerchio spezzato, un gruppo di donne che sarà poi autore del testo La coscienza di sfruttata, che è attivo a Trento negli anni in cui la Grasso completa i suoi studi e si laurea con Chiara Saraceno con una tesi in Sociologia della famiglia, che costituisce la base per l’elaborazione di Compagno padron e.
(Maria Beatrice Perucci)
[1] L. Grasso, Madre Amore Donna, Firenze, Guaraldi, 1977; L. Grasso, Madri efiglie. Specchio contro specchio, Firenze, Nuova Guaraldi, 1979.





