Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel
in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti,
Milano, Scritti di Rivolta Femminile, 1974, pp. 19/61, prima edizione, 1970
Tradirei il pensiero e il metodo di Carla Lonzi se nel parlare di lei, dei suoi scritti, non dicessi “io”, non accennassi al mio incontro con Sputiamo su Hegel. So che questo le piacerebbe, che la risonanza nel tempo tra due donne in relazione di autenticità era l’esito previsto e voluto della sua riflessione e della sua pratica femminista. Ancora oggi, 28 anni dopo quell’estate del 1970 in cui Lonzi scrisse Sputiamo su Hegel, questo testo che allora non lessi, intenta com’ero alle cure materne, mi incita a una sempre più chiara intelligenza di me e del mondo, rinnova in me, nella continua rilettura, l’orgoglio di appartenere allo stesso sesso di Carla Lonzi, di poterne parlare al presente, dopo tanti anni dalla sua morte, come di una amica saggia, luminosa, necessaria, senza averla mai incontrata.
Estate 1970, quindi. A pochi mesi dalla pubblicazione del primo Manifesto di Rivolta Femminile - che segna la nascita politica del gruppo omonimo e che tra i suoi punti programmatici invita proprio allo sputo irriverente — questa frase viene recuperata nel primo scritto lonziano di grande respiro teorico, come titolo di un congedo. Congedo da chi, da che cosa? In senso lato, dalla cultura patriarcale; in concreto, è la stessa Lonzi a precisare l’occasione della sua scrittura, in una Premessa del 1973: “Sputiamo su Hegel l’ho scritto perché ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione” (p.8). Erano quelli gli anni in cui si avviava da più parti una attenta riflessione su un decennio di lotte studentesche, culminate nel cosiddetto Sessantotto, cui aveva fatto seguito la mobilitazione della classe operaia: “l’autunno caldo” del 1969 e oltre. A molti e a molte sembrò allora che la spinta antiautoritaria, accomunando donne e uomini nella prefigurazione di una società più libera e giusta, trainasse in questa utopia anche la risoluzione del conflitto tra i sessi. A molte donne, me compresa, sembrò di aver sancito un patto definitivo con gli uomini, in cui il mito secolare dell’uguaglianza si traduceva nel progetto politico dell’emancipazione: dei popoli, delle classi, dei sessi. Non fu così. Quel mito si sfaldò nella contraddizione di sesso e iniziò l’esodo delle donne dalla scena comune: “gli angeli del ciclostile” si separano e incominciano a riflettere nei collettivi femministi “a partire da sé”.
La biografia di Carla Lonzi è segnata da questo taglio. Nata a Firenze il 6 marzo 1931, Carla Lonzi si laurea in storia dell’arte, diventa critica d’arte, ha un figlio. Negli anni della rivolta studentesca si congeda dal suo mestiere, ripensandolo criticamente in Autoritratto[1], un collage di dialoghi con artisti italiani, che fa irrompere sulla scena della critica letteraria ortodossa lo scandalo dei corpi dei soggetti sessuati, svelando che la ricerca e la critica sono operazioni mai neutre. Così Lonzi si congeda dal mondo dei padri e inaugura il suo percorso di “azzeramento culturale”. L’incontro col femminismo è infatti per lei un’esperienza radicale nel senso proprio del termine: tutta l’arte, la storia, la cultura, la politica sono scrutate dall’occhio intelligente e impietoso di una donna che rinasce autentica attraverso la relazione privilegiata con alcune altre donne: l’autocoscienza, pratica d’elezione del movimento femminista, è la forma, la culla di questa rinascita.
Sputiamo su Hegel, in poco più di 40 pagine, segna questo taglio non solo nella biografia di Lonzi e nella vicenda politica di Rivolta, ma anche nella storia del femminismo italiano, del quale segna un prima e un dopo. Testo periodizzante, dunque, e di formazione, per una generazione di donne che ha fatto un pezzo di storia contemporanea racchiudendo nell’espressione “pratica politica” l’incontro tra teoria e prassi, il superamento della dualità pensiero/azione, corpo/mente: un modo di vivere, di essere, di cui Carla Lonzi è stata pioniera. Sicché, da quell’estate del ’70 la rottura definitiva del Movimento con la tradizione politica e culturale del patriarcato ha il marchio di questa frase, che irride con serena compostezza, con quieta ferocia, l’icona eccelsa del pensiero occidentale: Hegel per l’appunto, e i suoi eredi.
Lo scritto è firmato personalmente da Carla Lonzi, che allo stesso modo firma solo un altro testo della raccolta che viene pubblicata per la prima volta nel 1974, La donna clitoridea e la donna vaginale. Tutti gli altri sono formalmente attribuiti al gruppo che faceva parte di Rivolta, ma in sostanza, come Lonzi stessa ammette nella Premessa, in gran parte frutto della elaborazione collettiva di alcuni suoi “punti di coscienza” (p.7). A chi legge non sfugge infatti il gusto forte della scrittura lonziana: aforistica, cristallina, la scrittura di Carla Lonzi è diretta ed essenziale trascrizione di un pensiero spesso folgorante, che si deposita quasi incandescente sulla pagina, e così rimane dopo decenni. C’è in ciò una apparente spontaneità, che si rivela presto come ricerca di una parola aderente al pensiero e all’esperienza, tale da poter essere facilmente trasmissibile e memorizzata. Ma non solo. Ciò che rende appieno il significato dell’operazione politica di Rivolta, e di Carla Lonzi in particolare, è la spudorata coabitazione di testi eterogenei, che vanno a comporre un corpus politico-teorico rivoluzionario, nel quale una donna, alcune donne, ridefiniscono il proprio rapporto col mondo, a partire da sé. Mai come in questa raccolta il contesto fa il testo, il tessuto degli scritti sostiene ogni parola, ogni frase. Ciò che rende possibile una scelta così indisciplinata è l’evento del soggetto sessuato femminile, è l’imprevisto della clitoridea (come altri scritti diranno). Al polo opposto il previsto sul viale del tramonto: Hegel e il patriarcato. “Problema femminile significa rapporto tra ogni donna — priva di potere, di storia, di cultura, di ruolo — e ogni uomo — il suo potere, la sua storia, la sua cultura, il suo ruolo assoluto” (p. 19), questo l’esordio. Sin dalle prime battute, quattro parole chiave della riflessione lonziana vengono strette insieme, l’una non può fare a meno delle altre. Ma è la storia a dare la battuta, come spesso in altri suoi scritti, un richiamo dissonante in anni in cui noi femministe eravamo troppo impegnate a fare la storia per averne curiosità, “le streghe son tornate” bastandoci a far quadrare i conti col passato delle donne. La citazione di Lonzi è invece puntuale:
“Abbiamo chiesto l’uguaglianza nel XVIII secolo e Olympe de Gouges è mandata sul patibolo per la sua Dichiarazione dei diritti delle donne” (p. 19). Il nome di Olympe svela il guasto originario della democrazia occidentale, il suo paradosso irrisolto: chiedere uguaglianza tra donne e uomini è incompatibile con l’idea corrente di uguaglianza, che è un patto tra uomini; per tale ragione infatti, essa, pur proclamata a lettere maiuscole, convive perfettamente con l’oppressione delle donne e, se mai è stata concessa, ciò è avvenuto per non mutare i rapporti di potere. Tuttavia è indiscutibile che l’uguaglianza è anche “un principio giuridico: il denominatore comune presente in ogni essere umano cui va resa giustizia” (p. 20). Questa duplice declinazione dell’uguaglianza apre uno spazio politico e teorico ancora irrinunciabile nella odierna critica della democrazia, che da più parti risuona nel mondo femminista. Tra uguaglianza-oppressione da rifiutare e uguaglianza-giustizia da pretendere, si apre il varco di un’idea di differenza non incompatibile con la democrazia, ma elaborazione critica, “movimento” estremo di questa verso una differenza intesa come “principio esistenziale che riguarda i modi dell’essere umano, la peculiarità delle sue esperienze, delle sue finalità, delle sue aperture, del suo senso dell’esistenza in una situazione data e nella situazione che vuole darsi” (p. 21). I nomi di questa differenza sono quelli che circolavano nei luoghi del femminismo degli anni Settanta, orientati verso una libertà radicata nell’esperienza individuale, aperta alle molte possibilità di una società in espansione; tuttavia, poiché la spinta all’omologazione è anche in noi, con la rapidità che caratterizza l’economia del tempo nella scrittura di Carla Lonzi, essa aggiunge: “La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza …” (p. 21). Lonzi interviene sul tempo storico con un gesto luciferino, indicando una strada possibile per sottrarsi alla sua incombenza, una strada già indicata da Virginia Woolf in Le tre ghinee, l’estraneità, ma nella forma più intollerabile all’ordine patriarcale costruito strato dopo strato da millenni di cultura: la deculturizzazione. Prima però occorre congedarsi dai padri, per dire a noi stesse, per l’ultima volta, che ignoranti non siamo ma altro ci serve.
Dalla critica dell’uguaglianza scaturisce per filiazione naturale la critica del materialismo storico, dal momento che l’oppressione delle donne non è causata dal capitalismo, bensì ereditata da questo. Purtroppo “al materialismo storico sfugge la chiave emozionale che ha determinato il passaggio alla proprietà privata” (p. 22), il bisogno dell’uomo di possedere la donna come oggetto sessuale primario. Su questo punto, sulla impossibilità di estendere al rapporto donna-uomo lo schema del rapporto servo padrone che il materialismo dialettico ha ereditato e rielaborato, si fonda la critica a Hegel, il quale colloca quel rapporto in un ordine naturale, immutabile e per ciò stesso metastorico e prepolitico. “La donna è oppressa in quanto donna, a tutti i livelli sociali: non al livello di classe ma di sesso” (p. 4) conclude Lonzi, e incalza: “Perché non si è visto il rapporto della donna con la produzione mediante la sua attività di ricostituzione delle forze-lavoro nella famiglia? Perché non si è visto nel suo sfruttamento all’interno della famiglia una funzione essenziale al sistema dell’accumulo del capitale?” (p. 4). Il silenzio su queste domande fa concludere a Lonzi “che il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (p. 29). Paradossalmente infatti, per essere il materialismo dialettico una filosofia della prassi, esso ha lasciato la donna, in quanto soggetto sessuato, là dove Hegel l’aveva collocata, garante dell’ordine universale naturale, dei legami di sangue, familiari, legame essa stessa, incapace di accedere ad una soggettività compiuta a partire dal suo corpo, che è destinato a restare, in quanto corpo femminile, sempre fuori della polis. E tuttavia il femminino si vendica: “eterna ironia della comunità”, esso può terremotare l’ordine patriarcale attraverso la forza del suo sguardo deculturizzato, stringendo al momento opportuno un’alleanza irriverente coi giovani maschi, ove siano riluttanti verso il loro “destino naturale”, diventare crescendo patriarchi. C’è qui tutta l’eco dei movimenti autiautoritari del decennio precedente, che insiste con ”l’immaginazione al potere” e “una risata vi seppellirà”; c’è l’assunzione femminile di questa immaginazione e di questa risata, che crea il clima giusto per “sputare su Hegel”. Né questa utopia lonziana sembra molto lontana dalla realtà di quegli anni, segnati dal rifiuto di massa del militarismo che accompagna la guerra nel Vietnam. Ma anche qui c’è una contraddizione, quella tra studenti impegnati nelle organizzazioni politiche e movimento hippy. In quest’ultimo, e solo in questo, Carla Lonzi vede segni chiari di una rivoluzione culturale profonda, che mette in discussione i modelli di genere ereditati e i ruoli sessuali tradizionali. Solo qui si è prodotta, secondo lei, quella comunicazione tra privato e pubblico, tra femminile e maschile, che rende pensabile un’alleanza tra le donne e i giovani uomini, un patto di cittadinanza tra uguali differenti per una società senza patriarchi.
Certo, è possibile che questo sogno resti tale, e non sarebbe la prima volta nella storia. Lonzi ricorda, e il suo pensiero stringe il tempo storico in un guizzo di coscienza, la lotta partigiana, nella quale ragazze e ragazzi lottavano per sé, per costruire una società “immune da paternalismo” (p. 44)); notazione importante questa, che salda resistenza, movimento hippy e femminismo in un unico progetto di liberazione di donne e di uomini nell’età contemporanea. In questa parte dello scritto le frasi si susseguono brevi, compatte:
La fenomenologia dello Spirito è una fenomenologia dello spirito patriarcale … La Storia è il risultato delle azioni patriarcali … Le due colossali smentite all’interpretazione hegeliana stanno dentro di noi: la donna che rifiuta la famiglia, il giovane che rifiuta la guerra. Non dimentichiamo che è del fascismo questo slogan: “famiglia e sicurezza”. (p.28)
Proprio sulla critica della famiglia, sulle promesse non mantenute di Engels e Marx, si consuma la presa di distanza definitiva di Carla Lonzi da un approccio esclusivamente materialista all’analisi della famiglia stessa, che resta in definitiva il contenitore storico e simbolico del conflitto tra i sessi. Il rigido automatismo del rapporto struttura-sovrastruttura porta invece i teorici del marxismo e i partiti della classe operaia a non porre al centro della propria riflessione e lotta la definitiva distruzione del fondamento psichico della famiglia, il dominio dell’uomo sulla donna, quel potere patriarcale che è ben più radicato e duraturo nella coscienza e nell’immaginario degli uomini di quanto non sia l’oppressione economica. Non senza contraddizioni: la rozzezza delle argomentazioni di Lenin nella sua corrispondenza con Clara Zetkin e Ines Armand, il suo tono normativo e sbrigativo insieme, mettono a nudo un pensiero sessuofobico, moralista, conformista, che in nome della classe operaia rivoluzionaria avrebbe oppresso in sovrappiù le donne delle Repubbliche Socialiste Sovietiche negli anni a venire. Tutto ciò è scritto a chiare lettere (p.30 e segg.).
Infine, lo strumento della rivoluzione femminista è nominato: deculturizzazione. Poiché tutto ciò che è stato pensato e scritto porta le tracce del dominio sessuale dell’uomo sulla donna, occorre ripensare tutto ponendosi artificiosamente fuori dall’ordine patriarcale: la separatezza dell’autocoscienza crea le condizioni politiche di questa rivoluzione epocale. Ma non solo. La vocazione pedagogica di Carla Lonzi la conduce continuamente a muoversi tra esperienza personale e sguardo sul mondo:
Per la ragazza l’Università non è il luogo dove avviene la sua liberazione mediante la cultura, ma il luogo dove si perfeziona la sua repressione così bene coltivata nell’ambito della famiglia. La sua educazione consiste nell’iniettarle lentamente un veleno che la immobilizzerà sulla soglia dei gesti più responsabili, delle esperienze che dilatano il senso di sé. (p. 55)
Per questo occorre salvaguardare nella donna “quello scatto straordinario di baldanza emotiva che fa parte del periodo vitale della giovinezza” poiché “l’inganno a cui può soggiacere la ragazza è di pensare recuperabile nel tempo un’esperienza psichica di cui è stata privata nella giovinezza” (p. 46). Carla Lonzi non ha dubbi, e scrive in neretto: “La deculturizzazione per la quale optiamo è la nostra azione” (p.47).
Il nesso tra sapere e potere è sotto gli occhi di tutti. La questione dell’aborto clandestino sollecita diverse prese di posizione nel movimento femminista; ciò che accomuna invece donne e uomini di onesto sentire è la consapevolezza che la questione dell’aborto è strettamente connessa a quella di chi ha il potere di sapere “cosa” è un corpo femminile, quali sono i suoi doveri, che discenderebbero da un “destino naturale” in cui una biologia senza tempo parla con le parole degli uomini. Su questo punto, l’approdo del pensiero lonziano andrebbe, a mio avviso, rivisitato e studiato oggi, in anni di parole femminili autorevoli ma spesso smemorate dei corpi che le pronunciano.
In Sputiamo su Hegel l’attenzione di Lonzi non si pone sulla questione aborto, come farà invece in altri scritti. Qui si dicono invece parole chiare e piene sulla maternità, sulla centralità di una esperienza nel percorso deculturizzato delle donne. Carla Lonzi, d’un sol colpo, libera il corpo femminile da ogni prigione biologistica, riconoscendogli forza simbolica a partire dall’esperienza autentica, cioè politica, della sessualità:
Smentire la cultura significa smentire la valutazione dei fatti in base al potere … La maternità è il momento in cui, ripercorrendo le tappe iniziali della vita in simbiosi emotiva col figlio, la donna si disaccultura. Essa vede il mondo come un prodotto estraneo alle esigenze primarie dell’esistenza che lei rivive. La maternità è il suo “viaggio”. La coscienza della donna si volge spontaneamente all’indietro, alle origini della vita e si interroga (p. 48).
Da qui, e solo da qui, è possibile pensare una trascendenza femminile, ché altrimenti essa consegnerebbe le donne a un universo filosofico indifferente: la negazione femminile della dialettica servo-padrone “introduce nel mondo il Soggetto Imprevisto” (p. 60), una donna in carne ed ossa
Alla fine, il cosiddetto “problema femminile”, nato dall’incontro perverso di potere, storia, cultura, ruolo, scioglie da solo l’enigma delle sue origini e si pone “di per sé mezzo e fine dei mutamenti sostanziali dell’umanità” (p. 60). Infatti, “non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente”. Questa frase chiude Sputiamo su Hegel, e mai congedo sarebbe stato più chiaro da quei compagni di strada che ci avevano convinte a lottare per “il sol dell’avvenire”, e solo per questo.
Scheda critica di Emma Baeri
Emma Baeri – Docente in pensione di storia moderna presso l’Università di Catania, autrice di saggi, collabora con le più importanti riviste femministe italiane.
[1] C. Lonzi, Autoritratto, Bari, De Donato, 1969.





