Manifesto programmatico del gruppo DEMAU (1966)
In I movimenti femministi in Italia (a cura di Rosalba Spagnoletti), Roma, Savelli, 1971[1], pp. 37I64
Nel 1966 a Milano il gruppo DEMAU (Demistificazione Autoritarismo, cui poco più tardi venne aggiunto il termine Patriarcale) diffonde un manifesto programmatico che si colloca tra le prime prese di posizione del neo-femminismo: nel nostro paese questo affonda le sue radici nel complesso scenario di trasformazioni politico-culturali, non solo nazionali, da cui nascerà il movimento conosciuto come Sessantotto. Il manifesto si articola in diverse fasi cronologicamente successive ed è il risultato della riflessione di un gruppo di donne di Milano che, nel 1966, elabora un documento sull’opposizione al concetto di integrazione della donna nella società. Al manifesto segue nel 1967 un altro documento che fornisce riflessioni più specifiche su alcuni problemi relativi alla “questione femminile”, già trattata in precedenza. Nel 1968 un testo a diffusione militante dal titolo Il maschile come valore dominante approfondisce i contenuti e le idee guida del manifesto; è firmato da Daniela Pellegrini, Elena Rasi e Lia Cigarini. In quegli anni la questione femminile non emergeva ancora nella sua specificità ed era associata alle organizzazioni femminili tradizionali di cui l’UDI (Unione Donne Italiane) era la voce più innovativa sul piano delle rivendicazioni: concretamente legata ai partiti della sinistra tradizionale, essa era fortemente connotata da una visione emancipazionista e riformista della condizione femminile, tutta assorbita nell’ottica dell’inserimento delle donne nel mondo produttivo.
L’antiautoritarismo, l’alienazione del lavoro, la crisi della famiglia, la rivoluzione sessuale, l’importanza della vita quotidiana diventano i temi di dibattito politico che esploderanno con il movimento degli studenti e con l’autunno caldo delle lotte operaie alla fine degli anni Sessanta. Il manifesto del DEMAU è una delle spie di un salto di qualità nell’elaborazione teorica della questione femminile. Il documento coglie la specificità del problema dell’identità femminile e propone alle donne la ricerca di una autonoma espressione della presa di coscienza della propria situazione storica. Nella premessa si esplicita l’intenzionalità di operare senza vincoli o legami con tendenze politiche o ideologiche e si prefigura l’importanza che assumerà per le donne del movimento femminista l’autonomia politica, intesa sia come autodeterminazione sul piano dell’elaborazione teorica, sia come azione politica in grado di trasformare la realtà e il rapporto tra donne.
In questo senso il documento ha preceduto l’elaborazione teorica del femminismo e la pratica dell’autonomia e del separatismo. Esso pone l’accento sul piano dei valori, sulla consapevolezza del contributo che le donne, come appartenenti ad un genere, possono dare al rinnovamento della società nel suo insieme. Il manifesto è diviso in punti programmatici che, pur nella loro essenzialità, rimandano ad una vera e propria rivoluzione culturale: concetto cardine della sua elaborazione teorica, la necessità di “demistificare” il concetto di integrazione della donna nella società. L’opposizione alle teorie e alle rivendicazioni dei movimenti femminili tradizionali legati ai partiti politici, anticipa la critica che il femminismo rivolgerà alle battaglie emancipazioniste , in quanto esse mirano a migliorare sul piano pratico l’inserimento delle donne nella società, senza però dar voce e visibilità alle differenze sessuali. Viene quindi ribadita la necessità di una presa di coscienza autonoma delle donne, non vincolata ai partiti politici, e una sua traduzione sul piano organizzativo. Al contempo, la politica emancipatoria viene indicata come una forma di adeguamento e di omologazione delle donne al modello maschile, destinata a limitare la possibilità di modificare la divisione dei ruoli sessuali. L’attenzione viene posta dunque sul ruolo sociale — che vuole entrambi i sessi uniformati dentro schemi rigidi — per sottolineare come l’autoritarismo patriarcale permei della sua visione tutte le sfere della società: la cultura, l’economia, il diritto, le istituzioni e l’organizzazione sociale. L’elaborazione teorica del gruppo promotore del manifesto non si limita a rielaborare in termini nuovi la condizione femminile, ma indica un diverso modo di far ricerca, affinché la società possa adeguare i propri valori alla nuova coscienza delle donne. Il manifesto avvia dunque un inedito percorso di conoscenza della questione femminile e affronta prima di tutto quello che sarà un nodo fondamentale del femminismo: il rapporto con l’emancipazionismo. Le elaborazioni del DEMAU creano dunque le premesse teoriche per il superamento del concetto di integrazione delle donne nella società. Il femminismo in seguito svilupperà e darà visibilità e significato alla diversità di sesso, con la definizione della “differenza di genere”. Si mostra per la prima volta la necessità di superare una definizione neutra del sapere ancorata ad una visione in cui il maschile è il valore dominante: in altre parole l’attenzione si focalizza non solo su una visione critica dei contenuti del sapere, ma soprattutto sui processi stessi di conoscenza.
Alla luce degli sviluppi che ha assunto la riflessione teorica del femminismo sulla differenza di genere negli anni successivi, si può cogliere già nel percorso programmatico del DEMAU una chiara indicazione verso l’approfondimento del nesso tra conoscenza e differenza e una visione critica dei presupposti scientifici che sono alla base degli studi relativi al rapporto natura-cultura: dall’ambito fisio-biologico a quello socio-antropologico, a quello psico-pedagogico. Particolare risalto riveste nel documento l’attenzione alla psicoanalisi come modello interpretativo dell’essere umano: il manifesto denuncia “la sua funzione integratrice in una astoricità e fissità precosciente”. Questa critica certamente anticipa l’attenzione alla psicoanalisi che in ambito anglosassone verrà da Juliet Mitchell e soprattutto, nella realtà francese, da Luce Irigaray.
Considerando gli anni in cui le tesi del documento si collocano, esse sono fortemente innovative sul campo epistemologico, offrono materiali di riflessione critica sul sapere relativo alla questione femminile quale era stata sino ad allora considerata ed invitano a ripercorrere tutti gli ambiti del sapere nella storia della cultura occidentale. Esse si possono considerare le premesse ad un modo nuovo di fare ricerca sulle differenze di genere: un sapere non più fondato su un pensiero astratto e generalizzante che sancisce la separazione tra il soggetto conoscente e l’oggetto da conoscere. Da questo punto di vista il documento invita a ripensare criticamente i fondamenti dei paradigmi che hanno mosso la ricerca in ambito scientifico rispetto a quella che verrà poi chiamata “identità di genere”. I nuovi spunti interpretativi della questione femminile pongono la cultura della diversità delle donne come valore. Si fa attenzione nel documento a non connotare in maniera negativa il termine “femminile”, mettendone in luce l’errata traduzione concettuale e pratica nella realtà culturale e sociale, in cui sia il maschile che il femminile sono saldamente ancorati a ruoli prestabiliti. In più punti il documento ribadisce anche l’intenzionalità a non sottovalutare l’elemento innovativo che la messa in discussione di entrambi i ruoli può portare alla società, composta di uomini e donne.
I contenuti e le idee guida espresse nel manifesto programmatico in relazione al dualismo sessuale e alla rigida sanzione legata ai ruoli sociali nella società capitalistica sono i primi contributi al dibattito politico sul maschile come valore dominante che porterà a ripensare poi criticamente le categorie del maschile e femminile come rapporto di potere. Il documento fa riferimento all’antropologia e alla psicoanalisi, agli studi di Levy Strauss, Margaret Mead e Ferenczi, per sviscerare i condizionamenti dei ruoli sociali legati al sesso e per dimostrare che l’interpretazione del fatto biologico assume, a seconda delle culture, significati e valori diversi. L’analisi del gruppo approfondisce anche il significato che assume la procreazione nella società capitalistica ed esamina le implicazioni che nello sviluppo produttivo questa funzione determina. I riferimenti teorici trovano radici profonde negli scritti economici e filosofici di Marx ed Engels, soprattutto in relazione al carattere alienante del modo di produrre capitalistico. L’analisi della famiglia, come luogo di trasmissione di valori e modelli che condizionano la personalità dell’individuo, fa invece riferimento agli studi su Autorità e famiglia di Horkheimer e Adorno. La critica ai rapporti di potere, dal potere maschile al potere del capitalismo, assume in questo documento quel carattere di opposizione alla cultura istituzionalizzata che ha sempre animato il movimento femminista.
Manifesto programmatico del gruppo DEMAU (1966)
Rosalba Spagnoletti – Autrice di I movimenti femministi in Italia. Opera ancora oggi citata e consultata.
[1] Un’ulteriore edizione del Manifesto programmtico del gruppo DEMAU è in La politica del femminismo a cura di Bianca Maria Frabotta, Roma, Savelli, 1973.





