La mistica della Femminilità
Betty Friedan, La mistica della femminilità, Milano, Edizioni di Comunità, 1964, traduzione di Loretta Valtz Mannucci, 367 p. Titolo originale: The Feminine Mystique,1963
L’americana Betty Friedan si è formata alla scuola di Koffka, uno dei fondatori della psicologia della Gestalt e ha lavorato nel campo della psicologia clinica e della ricerca applicata in scienze sociali. Questa preparazione professionale e la sua esperienza personale di moglie e madre di tre figli sono stati gli elementi che l’hanno aiutata a percepire per prima lo strano malessere di cui soffrivano le donne americane, agli inizi degli anni Sessanta, spingendola ad andare a fondo della questione. Era una strana e grave inquietudine a cui le donne stesse non sapevano dare un nome né una spiegazione. Eppure i segni erano tali e tanti da non poter più essere nascosti: molte donne erano costrette a sottoporsi ad analisi psicoterapeutica. “C’era una curiosa discrepanza — scrive Betty Friedan nell’introduzione — tra la realtà delle nostre vite di donne e l’immagine a cui cercavamo di conformarci, quell’immagine che a un certo punto ho deciso di chiamare la mistica della femminilità. Cominciai a chiedermi se altre donne si trovavano davanti a questa frattura schizofrenica, e che cosa significava”.
Indagare sul “male oscuro” fu l’obiettivo che indusse Friedan a iniziare una sistematica ricerca sulla condizione della donna americana, sia interrogando le sue ex compagne di college, sia vagliando la copiosa letteratura prodotta dalla fine della seconda guerra mondiale da psicologi, pedagogisti, sessuologi, antropologi e sociologi. Il prodotto fu questo libro, uscito negli Stati Uniti nel 1963, nel periodo delle lotte per i diritti civili, con i sit-in e le marce su Washington e con i primi fermenti della contestazione giovanile.
Nella prima parte del libro Friedan volge lo sguardo alle donne che costellarono, con la loro passione per l’emancipazione della donna, la storia degli Stati Uniti, storia dimenticata, disprezzata e derisa. Il ponte gettato da Friedan è simbolico ma anche politico: pagare quel tributo di riconoscimento e quel debito morale assume nel libro il significato della continuità, e, insieme, della testimonianza di quanto fossero profonde le radici della subordinazione e insieme del bisogno di libertà delle donne. Una storia che era stata cancellata dalla cultura, quindi preclusa alle donne. Riscoprirla, portarla alla loro conoscenza divenne in quel momento un importante atto politico.
Il libro acquistò subito la forma della denuncia di un sistema che aveva consegnato un’intera generazione di donne all’inautenticità e all’infelicità: “…milioni di donne si sono messe in ghiaccio e hanno smesso di maturare (p. 366). Com’era prevedibile, suscitò un’infinità di astiose polemiche per aver fatto crollare il mito della felice realizzazione femminile entro una villetta con giardino, con un tenero marito in carriera, con tanti bei bambini sani e sportivi, insomma, come lo definisce Ka te Millet, “il comodo campo di concentramento”.
Le giovani donne di cui parla Friedan avevano un’ottima istruzione, possedevano i titoli necessari per aspirare a brillanti carriere, non erano assillate da problemi economici, avevano optato volontariamente per il ruolo di mogli e di madri di numerosa figliolanza e lo avevano perseguito con perseveranza. Tanto che, alla fine degli anni Cinquanta, l’età media del matrimonio era scesa a vent’anni e stava ancora scendendo, mentre la proporzione delle donne che frequentavano il college, rispetto agli uomini, era crollata dal 47 per cento del 1920 al 35 per cento di questo periodo e il tasso di natalità stava raggiungendo quello dell’India. Cosicché le donne che intraprendevano una professione erano sempre meno numerose e quasi tutte le città americane erano in crisi per la penuria di infermiere, di assistenti sociali e di insegnanti. Tutto ciò era la conseguenza di un fatto molto preciso: nei 15 anni seguenti la seconda guerra mondiale, la mistica della realizzazione femminile — essere sposa e madre — divenne uno dei temi centrali della civiltà americana, tanto che le parole “emancipazione” e “carriera” acquistarono un suono addirittura imbarazzante. Avevano concorso a formare questa nuova ideologia pressoché tutte le scienze umane, dalla psicologia, alla sessuologia, alla pedagogia, alla sociologia, che indicavano nella “natura” femminile un destino da assecondare, pena la perdita di identità e la nevrosi.
Le donne stesse, aderendo con fervore a questa mistica, parevano dar ragione ai suoi fautori, così, per un’intera generazione di giovani americane l’aspirazione fu quella di sposarsi, abitare in una bella casa situata in un quartiere residenziale e mettere al mondo quattro figli. E se, nel perseguire questo programma, si sentivano poi rose da un male oscuro, imputavano a se stesse l’incapacità di essere felici, visto che tutte le altre donne lo erano, o davano a vedere di esserlo. In realtà, costituiva una vergogna l’ammettere di sentirsi poco realizzate: se ne parlavano, era solo con lo psicanalista, affinché egli operasse in loro il miracoloso cambiamento di adattarle alla realtà, che certamente era la più idonea a renderle felici. “Un po’ per volta — scrive Betty Friedan — cominciai a rendermi conto che il problema senza nome era condiviso da innumerevoli donne americane” (p. 17). Dare un nome a questo malessere divenne l’obiettivo di questo suo coraggioso studio. Ciò che Friedan aveva scoperto era la costrizione della donna entro un ruolo femminile preordinato da altri e prospettato come il più adatto alla “natura” femminile. Un ruolo che non teneva conto delle attitudini, dei desideri e dei bisogni personali, quasi che le donne fossero segnate per sempre dalla loro anatomia e fisiologia. Non era questo che aveva affermato Freud con la frase “l’anatomia è destino”? — si chiede Friedan. La rimozione forzata dei bisogni autentici delle singole donne non era altro che la mancanza di libertà e di autodeterminazione, ma questo le donne lo scopriranno con il femminismo.
Partendo dalla convinzione che la donna americana sia indotta a quell’unico ruolo dalla miopia culturale degli uomini, Betty Friedan ripercorre il pensiero delle discipline umane, imperanti in quegli anni negli Stati Uniti, per rintracciare la genesi della mistica della femminilità, che si annida proprio nelle ristrettezze e nei pregiudizi della società. Nel funzionalismo, ad esempio, allora così in voga nella sociologia americana, la Friedan individua uno dei nemici principali della donna: anche se il funzionalismo non accetta, dice la Friedan, la definizione freudiana dell’anatomia come destino, definisce però la donna come ciò che la società afferma essa sia, idea questa altrettanto restrittiva della prima. Così come indica nell’antropologia culturale di Margaret Mead un’altra delle fonti di pregiudizio, quando essa fornisce una vasta e articolata materia a sostegno della prevalente funzione biologica femminile. E anche la libertà sessuale, che pure si prospettava come l’unica frontiera rimasta aperta alle donne che vivevano entro i confini delle mura domestiche, si era rivelata portatrice di un falso mito e di un’ossessione altrettanto perniciosa dei tabù precedenti: la crescente fame di sesso delle donne, scrive Friedan, è stata documentata sino alla nausea da Kinsey, dai sociologi , dagli psicologi, dal cinema e dai romanzieri: “Non è esagerato affermare che si è riusciti a fissare sulla sessualità varie generazioni di americane” (p. 249)
Ma, a sua volta, la Friedan stessa è vittima per certi aspetti dell’angusta visione culturale che denuncia: altrimenti si sarebbe chiesta come mai i cultori delle varie scienze abbiano sentito l’impellente bisogno di creare la mistica della femminilità e quale relazione vi fosse tra quest’ultima e il sistema capitalistico. Ciò che l’autrice non individua è la natura sessista della subordinazione femminile e la natura economica della divisione dei ruoli. A causa di questi limiti, Betty Friedan cade anch’essa nel pragmatismo della buona volontà e nella colpevolizzazione delle donne. L’esortazione volta ad esse, presente nell’ultima parte del libro, fa leva sulla volontà-necessità di darsi un programma di vita in cui il lavoro di massaie sia ridimensionato a favore dell’impegno professionale nella società. A questa nuova prospettiva l’autrice contribuisce con i suoi dettagliati consigli: le donne devono cercarsi un lavoro, ma che sia compatibile con le mansioni domestiche e l’allevamento dei figli; devono razionalizzare le faccende di casa, utilizzando maggiormente i prodotti che fanno risparmiare tempo (surgelati, liofilizzati).
“Conciliare il matrimonio, la maternità e un’attività personale permanente è un problema che richiede un nuovo programma di vita. Il primo passo verso un tale programma è quello di vedere il lavoro casalingo nella sua giusta prospettiva: non come professione, ma come un compito da assolvere nel modo più rapido ed efficiente” (p.334).
Ciò che non prevede l’autrice è la trappola del doppio, triplo lavoro, tipico della donna emancipata, assillata dalle corse affannose per riuscire ad essere all’altezza della situazione nei diversi ruoli, che una nuova mistica le vorrebbe addossare. Inoltre, ciò che colpisce in questo libro è l’assenza della figura maschile, la mancanza di una sua responsabilizzazione in un programma che si propone di rivoluzionare la vita donne e, con essa, la società.
Tuttavia, nonostante i limiti, il libro metteva il dito sulla piaga: e doveva essere una piaga molto sentita se riuscì a risvegliare una coscienza femminile anestetizzata per tanto tempo. Presso l’opinione pubblica americana, poi, la denuncia di Betty Friedan ebbe effetti traumatici, paragonabili all’infantile grido di verità Il re è nudo! e risuonò come un’accusa proprio a quella società che aveva fatto del diritto alla felicità di tutti i cittadini un articolo della sua Costituzione, e ora scopriva che buona parte della popolazione femminile era infelice. Il risveglio coincise, nei primi anni ’60, con i fermenti di una nazione che stava uscendo dall’incubo della guerra fredda e della caccia alle streghe di maccartiana memoria. Da questa coincidenza, non casuale, il “sentire” femminile si trasformò in “fare” politica. Nel giugno del 1965, infatti, nel corso della Terza conferenza nazionale sulla condizione della donna negli Stati Uniti, si formò il Now (National Organisation of Woman), promotrice proprio Betty Friedan. Questa fu la più importante organizzazione riformista nata, almeno inizialmente, con l’intento di favorire l’inserimento delle donne nelle professioni, nelle carriere, negli affari, nella politica e nella vita sociale degli Stati Uniti, nella convinzione che la parità tra uomo e donna avrebbe cambiato in meglio sia la vita della donna sia la società.
In Italia il testo venne pubblicato nel 1964, quando i movimenti della contestazione studentesca non erano ancora scoppiati, né si intravedevano all’orizzonte i segni premonitori della rivoluzione femminista, mentre dal canto suo l’UDI (Unione Donne Italiane) era ancora fortemente impegnata a contrastare gli ottocenteschi ordinamenti delle nostre leggi. Al tempo stesso bisogna riconoscere alle donne dell’Udi la denuncia di una società “Costruita dagli uomini e per gli uomini”[1]. In quel momento le argomentazioni della Friedan non avevano trovato molta eco, non solo per la mancanza di un terreno femminile pronto a recepire quel primo segno di liberazione, bensì anche per la scarsa analogia tra la condizione delle donne italiane e quelle statunitensi. Ancora immersi nel boom economico, che aveva comunque apportato quel tanto di benessere da far pensare a un miracolo, il “miracolo economico “, le donne italiane stavano appena assaporando i vantaggi delle nuove tecnologie capaci di sottrarle ad alcuni faticosi lavori di casa, e non potevano ancora percepire la trappola di una felice realizzazione domestica. La mistica della femminilità si stava appena delineando e, proprio grazie al libro della Friedan, fu possibile prevedere in tempo la situazione in cui la “felicità” della casalinga ci avrebbe portato. Ciò che di veramente nuovo il libro di Friedan metteva in evidenza — a un’Italia ancora artigianale-contadina — era la società di massa, fondata su un sistema di produzione che definiva i ruoli in funzione della produzione: l’uomo produttore, la donna consumatrice. Era questo sistema che aveva plasmato la società americana nei termini di laicità, secolarizzazione, edonismo e ideologia del benessere del singolo, unitamente alla cancellazione del singolo a favore della massificazione. Con la nascita del femminismo, agli inizi degli anni Settanta, il libro venne riscoperto, e solo allora esso poté dare i suoi frutti. Tuttavia se ne videro anche i forti limiti: non solo per l’assenza di una critica al sistema economico sotteso e funzionale alla mistica della femminilità, ma anche per il fatto di aver impostato la sua battaglia sul presupposto che il modello da perseguire fosse quello maschile, non vedendo e non prospettando in termini sessuati la condizione di subordinazione della donna.
Aida Ribero
Docente, giornalista, saggista, studiosa della storia e del pensiero delle donne. Socia fondatrice e — dal 1995 al 2004 — presidente del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile. Il suo contributo alla vita culturale e politica di questa associazione è stato determinante in tutti gli anni in cui la sua creatività, la sua energia, il suo indomito coraggio hanno fatto vivere ideee progetti. Ci ha lasciato nel 2017
[1] Margherita Repetto, Relazione al Convegno delle ragazze, UDI, Roma 1963, in M. Michetti, M. Repetto, L. Viviani, UDI, Laboratorio Politico delle donne.





