
I padri della fallocultura. La donna vista da Moravia, Brancati, Pavese, Cassola, Sciascia, Berto, Buzzati e altri narratori italiani d’oggi,
Liliana Caruso, Bibi Tornasi,
Milano, Sugarco, 1974
Questo “classicone” è stato recensito negli anni Novanta da Gabriella Lazzerini e Donatella Massara per il libro 100 titoli, guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, a cura di Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani
Il libro, uscito nel pieno degli anni in cui si svolgeva la critica politica dell’ideologia patriarcale, si sofferma sui principali scrittori italiani denunciando la figura femminile generata dall’immaginario maschile. Dal confronto con il testo letterario nasce una riscrittura possibile della storia del nostro secolo dagli anni venti agli anni sessanta: la storia dell’immaginario diventa, da questa prospettiva di donne, una funzione vitale che ha poco a che vedere con la critica letteraria e molto con la politica e la costituzione di una coscienza storica.
Il testo mette in luce come gli scrittori italiani siano, chi più chi meno, allineati sulla soglia di rottura delle grandi narrazioni del XIX secolo. Nel mezzo di questa crisi l’identificazione delle donne si compie sul terreno della sessualità. Preannunciata dai primi lavori dei simbolisti fra Ottocento e Novecento, la figura femminile ricade sulla scena contemporanea come un “doppio estraniato” di quella maschile, come espressione di un eterno e mai soddisfatto desiderio di possesso a cui il maschio non sa rinunciare. Così, come in Cesare Pavese, “Riaffiora sempre, assillante, la ricerca della donna ai cui piedi deporre le sue fatiche e il suo genio, e ottenere in cambio la moglie e la casa” (p. 164). Attraverso la scrittura, come in Vitaliano Brancati, si rivela “il fallimento dell’uomo e la paura che questo ha di un confronto. Perché da questo confronto umano e civile sa che uscirebbe malconcio e certo spodestato delle innumerevoli presunte superiorità di cui si decora.” (p. 126)
Il libro non decostruisce la scrittura maschile semplicemente liquidandola ideologicamente, ma dispone la trama accogliente della citazione commentata usando un sistema di analisi sofferto e ironico insieme. Tratteggia quindi la precisazione critica del concetto di fondo riguardante la differenza sessuale e la sua parola nella libertà. La figura femminile risulta così la proiezione dei sogni letterari sullo schermo deformante delle convenzioni maschili: esiti di un sessismo che può, a volte, trarre in inganno senza una lettura attenta e avvertita. L’immagine letteraria della donna è una creatura distante dalla realtà, senza intelletto, rigurgito della natura, ottenebrata ora dal desiderio sessuale ora dal rancore, sempre e comunque relegata in una informe o animalesca materialità.
L’impegno che negli anni Settanta ha fatto nascere un pensiero femminile autonomo è dunque stato il risultato — oltre che di una tradizione — della capacità di partire da sé e di collocarsi da subito sul terreno cultura le, interponendo al giudizio verso la cultura maschile la riflessione originale sulla soggettività e il vissuto femminile. “L’inesistenza delle donne rivela tutto il vuoto creato attorno a loro dagli uomini che non sanno comunicare, non hanno la capacità di vivere un rapporto profondo, intimo, che metta in discussione il proprio modo di comportarsi, che cerchi il dialogo e la crescita comune, che si confronti con la diversità che il sesso femminile, nonostante i secoli di oppressione, ancora rappresenta originariamente.” “La presenza femminile come un elemento portante del vivere umano”… “non rientra nel mondo dubitativo e assurdo” dei grandi scrittori. Le donne non entrano in relazione né modificano “con la propria presenza il cammino interiore” di questi, “passano davanti agli occhi dell’uomo, senza per questo penetrare dentro nell’intimo di ciò che sta scrivendo. Le donne ascoltano, servono, ma non contano! Per gli uomini la diversità delle donne si riduce solo a quella fisica, e solo con questa entrano in contatto, solo dei corpi sanno parlare” (pp. 209, 210).
Il libro cresce su un precedente di autorità: La politica del sesso di Kate Millett, nel terreno a tutt’oggi problematico dell’interpretazione dei saperi da parte delle donne e conserva una sua preziosa autonomia. Svela al contempo che cosa si nasconde dietro la molteplicità delle figure femminili nella letteratura nazionale: la donna è infatti madre, amante, prostituta, ninfetta, anche lesbica, serva, emancipata, casalinga, borghese … tuttavia sempre irregimentata nel moralismo sessista, nel perbenismo fallocrate e bigotto, cooptata con arrogante disincanto nella mente superiore e giudicante di un irresistibile seduttore.
Il lascito politico del libro è tuttora carico di significato e di interesse per noi, anche perché l’orizzonte della differenza sessuale — che contiene il testo — incontra la sensibilità delle autrici. Liliana Caruso — scomparsa da alcuni anni — è stata fra le avanguardie del femminismo milanese (appartenne ad Anabasi, fra i gruppi più radicali e impegnati degli anni Settanta). Bibi Tomasi fondatrice della Libreria delle donne e del Circolo della Rosa di Milano, una grande scrittrice insignita della medaglia d’oro per i 50 anni di giornalismo e da sempre legata al mondo delle donne, è la prima che a questa rete di relazioni femminili ha prestato la sua incomparabile capacità di scrivere e uno sguardo riflessivo, divertito e amorevole. I suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste del movimento delle donne, nei primi numeri d i Sottosopra e infine raccolti in volume col titolo La sproporzione.
(Gabriella Lazzerini e Donatella Massara)





