Autodidatta, di temperamento volitivo e talento artistico multiforme, Violeta Parra tra le sue numerose attività artistiche, ricamò molte arpilleras, che espose per prima in una mostra nel 1964.

Una arpillera, che significa tela in spagnolo, è un’immagine patchwork dai colori vivaci fatta prevalente-mente da gruppi di donne chiamate appunto arpilleristas. La creazione di arpilleras era tradizione in alcune parti del Cile. Questo ricamo popolare divenne uno strumento di resistenza e sopravvivenza durante la dittatura militare di Augusto Pinochet
Il primo workshop di arpilleras venne organizzato nel 1974 ad opera di quattordici donne arrivate al Vicariato di Solidarietà della Chiesa Cattolica, in cerca di rifugio e sostegno per le sparizioni e la crisi economica. Nei laboratori artigianali organizzati dal Vicariato di Solidarietà (Vicarìa de la Solidaridad) ad opera della Chiesa, le donne si incontravano in cerca di protezione e iniziavano a produrre arpilleras, tessuti lavorati in applique che raffiguravano le lotte politiche degli attivisti per i diritti umani, raccontavano le storie dei desaparecidos, e rappresentavano scene di vita quotidiana. Questi laboratori svolsero un ruolo essenziale per l’educazione e il dialogo collettivo e permisero la valorizzazione del ruolo femminile e sociale di queste donne andando oltre gli stereotipi di una società patriarcale che le voleva relegate ai soli ruoli di mogli, madri e badanti. Le arpilleras sono state realizzate in laboratori organizzati e poi distribuite segretamente all’estero attraverso il gruppo per i diritti umani della Chiesa.
Le arpilleras dovevano essere formalmente semplici e accessibili alle donne che non avevano una formazione artistica. Date le scarse risorse del Vicariato e delle singole partecipanti ai laboratori, le arpilleras sono state realizzate con i materiali più economici disponibili. I materiali usati per includevano sacchi di farina o sacchi di grano tipicamente fatti di iuta, lino o fibre di canapa, scarti di stoffa, filo usato e oggetti scartati.
La produzione di arpilleras fornì una fonte vitale di reddito per le arpilleristas, molto povere a causa della diffusa disoccupazione e delle sparizioni forzate di mariti e figli. E spesso nelle arpilleras rappresentavano scene legate alle loro perdite: una donna sola sulla porta di casa, un pranzo di famiglia con un posto vuoto. A volte, nel retro dell’arpillera, veniva cucita una tasca all’interno della quale erano celate importanti testimonianze scritte delle creatrici: “Mio figlio è scomparso nel 1974. Mi chiedo dove sia”
Un lavoro nato per sostenere economicamente donne indigenti divenne un atto di resistenza politica. Il regime, che non aveva compreso la stratificazione emotiva e la valenza eversiva di quelli che considerava banali lavori femminili, dovette accorgersene quando si diffusero all’ estero attraverso mostre e iniziative varie tra cui quelle di Amnesty. Cominciò a pedinare le partecipanti, a perquisire le case: ciononostante le donne continuarono e i laboratori si moltiplicarono. Acquistare una arpillera divenne un atto di solidarietà.
Anche dopo la fine della dittatura, le arpilleristas mantennero i loro soggetti. Ad un mondo e a un Cile che non vedeva l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle, il gesto delle arpilleristas divenne la persistenza del ricordo e la memoria di una nazione.
Ci sono molti video in rete sulle arpillares, qui sotto ne segnaliamo alcune
In questo articolo è citato il libro di Clare Hunter da cui sono state tratte le notizie.





