Fatema Mernissi, La terrazza proibita. Vita nell’harem, Giunti, Firenze 1996
La scrittura è da tempo una risorsa di libertà per le donne di un po’ tutti i paesi del mondo. Oggi è sufficiente un rapido passaggio in libreria o anche ai banchi dei libri nei supermercati per avere la percezione di un rinnovato interesse per la condizione delle donne in area arabo-islamica. In campo sociale l’Europa solidarizza con donne colpite da violenza e ingiustizia, manifestando ad esempio contro la condanna a morte di Sakinè. Nelle librerie si moltiplicano testi autobiografici di donne che dicono al mondo della loro segregazione, esclusione e marginalità.
Il libro di Fatima Mernissi appare nel 1994 ed esce in Italia nel 1996, precedendo dunque di circa un decennio l’ondata di questi scritti.
L’autrice proviene dal Marocco, il paese arabo più occidentale: il vero e proprio Maghreb, l’estremità ad ovest di un’area accomunata dalla lettura del Corano che si estende a oriente fino all’Indonesia.
Quella che potremmo definire una autobiografia dell’infanzia dell’autrice inizia nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina fondata nel nono secolo, nell’ambito di una famiglia cittadina, benestante e tradizionalista. La vita delle donne è limitata all’ambito della casa. Il padre e lo zio Alì dominano tutta la famiglia affermando la necessità degli Hudùd, ovvero i sacri confini per i cristiani e le donne.
«Secondo mio padre, non era un caso che Allàh, creando la terra, avesse separato uomini e donne, e messo un mare a dividere cristiani e musulmani (…) E invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla, e andare a passeggio per vie sconosciute, mentre i cristiani seguitavano ad attraversare quel mare, portando disordine e morte.»
Il primo capitolo contiene una descrizione della casa così perfetta e puntuale che sarebbe possibile disegnarne pianta e alzato.
«La prima cosa da guardare era il cortile rigido e squadrato, dove ogni cosa era governata dalla simmetria. Persino la bianca fontana di marmo che si trovava al centro, col suo perpetuo gorgogliare, pareva ammansita e sotto controllo. La fontana era decorata, lungo la circonferenza, da un sottile fregio di ceramica bianca e blu, che riproduceva il motivo inserito tra le mattonelle di marmo quadrate del pavimento. Il cortile era circondato da un colonnato ad archi, con quattro colonne per lato, che avevano base e capitelli di marmo, e nel mezzo erano rivestite di ceramica bianca e blu il cui disegno riprendeva quello della fontana e del pavimento. Vi si affacciavano quattro enormi saloni, che si fronteggiavano a due a due. Ogni salone aveva una grande entrata centrale che dava sul cortile, con due ampie finestre laterali. (…)
Alzando gli occhi verso il cielo, si poteva ammirare un’elegante struttura a due piani dov’era ripetuto il geometrico colonnato ad archi del cortile, cui si aggiungeva, a completarlo, un parapetto in ferro battuto placcato d’argento. E finalmente il cielo — sospeso al di sopra di ogni cosa, ma sempre rigidamente squadrato, come tutto il resto, e saldamente racchiuso in un fregio ligneo a disegni geometrici di una pallida tinta oro e ocra.
(…) Le scale erano situate ai quattro angoli del cortile. Erano importanti perché su di esse perfino gli adulti potevano giocare a una sorta di gigantesco nascondino, correndo su e giù per i lucidi gradini verdi.
Di fronte a me, dal lato opposto del cortile, c’era il salone dello zio e di sua moglie, e dei loro sette figli, che era la riproduzione esatta del nostro. (…)
Nostra nonna paterna, Lalla Mani, occupava il salone alla mia sinistra. Andavamo da lei solo due volte al giorno, una al mattino e una alla sera, per baciarle la mano. Come tutti gli altri saloni, il suo era arredato con divani e cuscini tappezzati in broccato di seta, disposti lungo tutte e quattro le pareti; un grande specchio, al centro, rifletteva l’interno della porta principale con i suoi drappeggi sapientemente studiati, e un pallido tappeto a fiori copriva tutto intero il pavimento. (…)
Infine, sul lato destro del cortile, si trovava il salone più ampio e più elegante di tutti — il salone degli uomini, dove questi pranzavano, ascoltavano le notizie, concludevano gli affari e giocavano a carte. In teoria, loro erano gli unici della casa ad avere accesso alla grande radio che stava nell’angolo destro del loro salone, custodita in un mobile i cui sportelli venivano chiusi a chiave quando l’apparecchio non veniva utilizzato (fuori, comunque, erano installati degli altoparlanti, perché tutti potessero sentire). Le uniche due chiavi della radio, mio padre ne era certo, erano sotto controllo suo e dello zio. Tuttavia, cosa alquanto curiosa, quando gli uomini erano fuori, le donne riuscivano regolarmente ad ascoltare Radio Cairo. Shàma e mia madre danzavano spesso sulle melodie della radio quando gli uomini non erano in vista.»
La porta che dà sulla strada è sorvegliata da un severo portinaio e persino per l’acquisto delle matasse di seta necessarie ai loro meravigliosi ricami le donne devono ricorrere a un uomo che faccia per loro l’acquisto, spesso sbagliando i colori.
“Il portone di casa era un gigantesco arco in pietra con enormi battenti di legno intagliato. La sua funzione era quella di tenere separato l’harem delle donne dalla strada in cui camminavano uomini estranei. Da questa separazione, ci veniva detto, dipendevano l’onore e il prestigio dello zio e di papà”.
I personaggi. Innanzitutto la madre. Una ribelle nata che spesso racconta alla figlia la storia di Shahrazàd nelle Mille e una notte. È analfabeta ma vuole per la figlia il massimo grado di istruzione.
La zia Habìba, grande narratrice e dispensatrice di hanàn, “qualità emotiva tutta marocchina (…) si tratta fondamentalmente di una sorta di tenerezza libera, gratuita, benevola, incondizionatamente disponibile.” La zia Habìba è una donna divorziata che equivale a dire legalmente abbandonata. Senza preavviso e senza motivo un uomo può sciogliere il legame matrimoniale con sua moglie semplicemente ripetendole “ti divorzio” per tre volte consecutive. Dunque è rimasta sola e senza risorse. Vive grazie alla benevolenza dei fratelli e piange spesso, ma subito ritrova il buonumore e sa raccontare ai nipoti, che adora e che l’adorano, storie meravigliose di djinn e principesse.
La nonna Jasmina, che vive in campagna, dunque in un ambiente molto più libero e meno condizionato dagli hudùd. L’harem di campagna non conosce tutte le limitazioni dell’harem di Fez. Le donne nuotano nel fiume, cavalcano, coltivano il loro orto e allevano animali da cortile.
Lalla Mani e Lalla Tharwa sono delle prime consorti molto autoritarie e conservatrici, ma nonna Jasmina ha chiamato Lalla Tharwa la più grassa e intrattabile oca del suo cortile. Dunque non sempre i rapporti tra le donne di uno stesso harem sono cordiali. Spesso, in nome del decoro, del rispetto, della tradizione le donne più giovani vivono in una condizione di controllo e repressione estremi. La sorellanza, la solidarietà tra donne non sono affatto scontate.
In Italia gli anni Settanta sono caratterizzati, nella produzione teorica delle donne, dal distinguo tra emancipazione e liberazione. È in particolare il pensiero di Rivolta femminile a sottoporre la donna emancipata a una severa critica: parità non è adozione di modelli maschili, come se questi fossero i soli comportamenti validi. La donna deve poter sviluppare il proprio senso della vita, che è lontanissimo da quello degli uomini. Tuttavia questo è un distinguo che non arriverà mai a toccare il femminismo di molti paesi in cui la condizione della donna è particolarmente subordinata e marginale. È comprensibile: donne che vorrebbero poter uscire di casa quando lo desiderino e camminare liberamente per le strade della città troveranno ovviamente perfettamente indifferente il fatto che questo sia per ora un privilegio degli uomini. Vorrebbero poter andare a scuola. Sì la scuola le renderà partecipi della cultura patriarcale dominante, ma intanto, a differenza delle loro madri analfabete, potranno leggere i giornali, scrivere il loro pensiero e comunicare con il resto del mondo fuori dalle mura dell’harem.
Che cos’è un harem? Si domanda la piccola Fatima. Le spiegazioni sono difficili da ottenere per i bambini. Una è etimologica: haràm, vuole dire proibito, il contrario di halàl, che è invece giusto e raccomandabile. Appare anche sull’insegna delle macellerie che dissanguano gli animali alla maniera considerata corretta per l’Islam. Nella famiglia Mernissi alcune donne sono a favore: l’harem rende impossibile a donne e uomini il fatto di vedersi reciprocamente e, in questo modo, ognuno procede con i suoi doveri. Ma cosa accadrebbe, domanda l’autrice con l’implacabile logica dell’infanzia al cugino Samir, se mettessimo gli uomini in casa e lasciassimo andar fuori le donne?
La più sintetica e precisa definizione di harem Mernissi ce la fornisce in una nota a piè pagina
«Ciò che definisce un harem come tale non è la poligamia, ma il desiderio degli uomini di tenere le donne recluse, e il loro ostinarsi a vivere tutti nella stessa casa, invece di formare dei nuclei familiari separati.»
Gli anni Quaranta del Novecento già vedono in Marocco diffondersi tra le donne la speranza di un cambiamento delle leggi su poligamia e divorzio. Nonna Jasmina divide il marito con altre sette donne e compiange le mille concubine del sultano Harùn el Rashid che invece di avere il marito per sé una notte su otto, dovevano pazientare per novecentonovantanove. Ma queste speranze sono ancora lontane dal realizzarsi quando questo libro viene scritto. L’autrice, sempre in una nota, osserva:
«Nei fatti, la legge non è mai stata cambiata. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, le donne musulmane si stanno ancora battendo perché la poligamia venga bandita. Ma i legislatori, tutti uomini, dicono che è una legge della sharì’a, una legge religiosa, e non può essere cambiata. Nell’estate del 1992, un’associazione di donne marocchine (L’Union d’Action Feminine, la cui presidente, Lati-fa Jbabdì, è giornalista e brillante sociologa), rea di aver raccolto un milione di firme contro la poligamia e il divorzio, divenne il bersaglio della stampa fondamentalista, che pubblicò una fatwa, (un parere legale dato da un esperto in materia religiosa islamica), invocando l’esecuzione di quelle donne in quanto eretiche. Davvero, si può ben dire che il mondo musulmano è regredito dai tempi di mia nonna, quando si parla di condizione femminile. La difesa della poligamia e del divorzio, da parte della stampa fondamentalista, è in realtà un attacco al diritto delle donne a prender parte al processo legislativo.»
Poi le cose sono effettivamente cambiate. Nel 2010 i matrimoni poligamici in tutto il Marocco sono stati meno di un migliaio. Il Ministero della Giustizia ha attribuito un tale risultato all’applicazione, negli ultimi sei anni, del Codice della famiglia (Mudawwana) che ha fissato delle condizioni giuridiche alla poligamia, tra cui, la principale è il consenso della prima moglie al fatto che il marito ne prenda una seconda.
Il nuovo Codice della famiglia introdotto nel gennaio 2004 dal giovane re Mohammed VI in sostituzione delle pratiche tradizionali basate sulle consuetudini religiose fissa le condizioni di matrimonio, precisa i diritti e i doveri reciproci degli sposi, regola gli atti di separazione e divorzio, la corresponsione degli alimenti, l’affidamento dei figli e, infine, stabilisce i criteri di successione ed eredità. Inoltre pone rigorose condizioni alla poligamia, stabilendo la capacità finanziaria per la manutenzione di una seconda casa, richiedendo una giustificazione fattuale della poligamia, imponendo che il marito abbia la capacità, materiale ma non solo, di trattare allo stesso modo entrambe le mogli e i proprio figli.
In questo libro le note a piè pagina sono particolarmente interessanti. Lo stile del testo principale è narrativo autobiografico, ma nelle note l’autrice non perde occasione per lanciare dei messaggi alle lettrici occidentali, qualche volta facendo rilevare l’insufficienza e imprecisione che dominano l’informazione che giunge a noi sul conto delle donne in area arabo-islamica. In una di queste note l’autrice ci dice:
Le pioniere del femminismo sono molto famose nel mondo arabo dove è presente una forte tradizione di compilazioni che documentano vita, imprese e successi di donne celebri. La passione degli storici arabi per le donne eccezionali ha prodotto un distinto genere letterario chiamato nisà’iyyàt dalla parola nìsà’, donne. Sfortunatamente, le femministe arabe, che sono delle figure chiave nella storia dei diritti umani nel mondo islamico, sono poco note all’Occidente. Un profilo molto valido delle maggiori femministe del diciannovesimo e ventesimo secolo, che potrebbe tornare molto utile ai lettori occidentali se venisse tradotto, è il primo volume di Women Pioneers, di Emily Nasrallah, che al momento esiste solo in lingua araba (Beirut, Muassassat Nawfàl, 1986).
Ma che cosa succede sulla terrazza proibita che dà il titolo al libro? Innanzitutto perché è proibita?
La proibizione è giustificata dalla pericolosità dell’ascensione che avviene in equilibrio precario sui paletti che reggono il bucato. Ma anche per la facilità con cui le ragazze della famiglia di là possono scambiare sguardi e sorrisi con i giovani maschi della famiglia che abita il palazzo accanto. Ciò che è attentamente proibito e sorvegliato in strada diventa possibile sulla terrazza. Ma soprattutto la terrazza è il luogo in cui la cugina Shama, fantasiosa regista e interprete di improvvisazioni teatrali che coinvolgono in esilaranti scene di massa tutte le donne e i bambini della famiglia, si esibisce e fa esibire tutti nella messa in scena di fiabe delle Mille e una notte, o eroiche imprese di donne rivoluzionarie del Maghreb.
Ma la rappresentazione prediletta da tutte le donne sulla terrazza è la storia meravigliosa della principessa Budùr che deve nascondersi sotto panni maschili per sfuggire ai suoi rapitori. L’impostura di Budur rischia di diventare di pubblico dominio e causa della sua condanna a morte nel momento in cui il sultano, che ha preso in simpatia il giovane principe straniero, decide di dargli in sposa sua figlia. Che accadrà quando la giovane principessa scoprirà di avere sposato una donna?
Un bel niente, perché Hayat al-Nufùs, la principessa, solidarizza con Budur, simula con il sangue di una colomba la perdita della sua verginità e regna insieme all’amica su un territorio dove tutti vivono felici e contenti. È intuitivo che questa storia sulla terrazza solleciti dialoghi che si prolungano sotto le stelle sino alle ore piccole.
Effettivamente la storia di Budùr è piena di suggestioni. La prima e più importante è la riflessione sulla solidarietà femminile come strategia di sopravvivenza prima e, subito dopo, di libertà e di felicità. L’altro elemento di riflessione è quello della leadership duale che secondo studiose come Vicky Noble ha caratterizzato nella storia antica molti dei governi delle donne.
Io sono molto persuasa del fatto che il pensiero delle donne ha la caratteristica di svilupparsi nel dialogo. E non credo che questo abbia gli stessi connotati della dialettica hegeliana e nemmeno del metodo dialettico della storia. La storia di Budùr è significativa: c’è la confidenza, l’affidamento all’altra nel rivelarle un’identità di genere che potrebbe causare una condanna a morte. E da parte dell’altra c’è la fedeltà alla relazione: mantenere segreta l’identità dell’amica e regnare insieme con lei.
Ma che cosa è che dà senso alla vita e all’esperienza di una donna? Parole. Parole scambiate: dette, scritte, lette in relazione con altre donne. La filosofa Adriana Cavarero in un libro del 2001[1] racconta la storia di Emilia e di Amalia. Due donne milanesi, molto amiche, e dal nome curiosamente assonante, che insieme partecipavano ad un corso delle 150 ore alla metà degli anni 70. Emilia raccontava continuamente all’amica Amalia la storia della sua povera vita. Una vita di lavoro, di sacrifici, di marginalità sociale. Finché un giorno Amalia, che, a differenza dell’amica, aveva una certa facilità con la parola scritta, prese carta e penna e scrisse la storia di Emilia, che ormai, dopo tante ripetizioni, conosceva a memoria.
Poi donò a Emilia la sua storia, ordinatamente esposta sulla carta. Che incredibile dono! Emilia non si separava mai da quei fogli, che teneva sempre piegati nella borsetta e li rileggeva cento volte al giorno, sempre con nuova commozione. Lacrime e gioia.
I racconti che si svolgono sulla terrazza hanno la stessa saporita qualità emotiva e penso non sia per caso che un racconto come quello che fa da contenitore alle Mille e una notte[2] nasca in un ambito culturale in cui le segrete risorse relazionali delle donne assumono un aspetto così vitale. Vale la pena di ricordare la storia di Sheherazade che Foucault definisce in questi termini: “il contrario accanito dell’assassinio, lo sforzo ripetuto ogni notte di tenere la morte fuori dal cerchio dell’esistenza”.
Le Mille e una notte potrebbero essere definite, in termini cari all’informatica, come un ipertesto. Una storia infinita che può apparirci come un albero particolarmente ramificato, come un labirinto, come un gioco di scatole cinesi. Ma per molti aspetti le Mille e una notte possono essere lette come una metafora della libertà femminile attraverso la parola.
L’espediente letterario di una storia che fa da cornice a molte altre storie è abbastanza comune: si pensi al Decamerone; ma Le mille e una notte hanno adottato un altro espediente narrativo, motivato nel racconto in termini di sopravvivenza della narratrice: l’arte della sospensione e l’arte di far nascere da ogni racconto un nuovo racconto, ad allungare una catena che avvince e tiene desto il desiderio di ascolto. Il racconto parla al piacere.
Sheherazade, la protagonista narratrice, non appare subito nel racconto. La storia ci riserva la sua apparizione, dopo un antefatto. In questo due regali fratelli, i sultani di Samarcanda e delle Indie, ci hanno rivelato che l’infedeltà è un carattere costitutivo del cuore femminile. Dopo questo misogino inizio, sappiamo che il re delle Indie ha giurato di non portare le corna mai più. Dopo avere fatto strangolare la moglie infedele e decapitare le sue 100 ancelle, il sultano applicherà una sua crudelissima legge: ogni notte sposerà una vergine. E questa all’alba lascerà il talamo nuziale per salire sul patibolo. La legge del sultano dice: «Ogni giorno nel regno ci sarà una fanciulla maritata e una donna morta.» Incaricato di procurare le vittime di questa deflorazione letaleè un onesto e saggio Visir, che molto soffre di dover essere il tramite di tanta ferocia.
Questo Visir ha una figlia bella e saggia di nome Sheherazade che, con grande disperazione del padre gli chiede di poter essere la prossima sposa del sultano.
Il padre versa fiumi di lacrime pensando di avere perduto una figlia, ma Sheherazade ha in mente una strategia mirante a creare un nuovo ordine che non è quello del sultano, da lei non accettato. Ci troviamo dunque di fronte a una donna che non accetta il ruolo subalterno assegnatole dalla cultura dominante. È sola Sheherazade, nell’affrontare la sua rischiosissima partita? No. Il Sultano è solo, seduto in cima al suo potere e al suo orgoglio ferito. Sheherazade è in relazione: innanzitutto con un padre amorevole, per quanto disperato, poi con le altre fanciulle del reame di cui cerca di salvare la vita insieme con la sua (non dimentichiamo che, in quanto figlia del visir, Sheherazade avrebbe potuto senza rischi rimanere all’ombra della protezione paterna) e infine — e strategicamente — con una giovanissima sorella che chiede di avere per compagnia.
È proprio la mediazione della sorella (mediazione femminile) quella che le consentirà di catturare l’attenzione del sultano: «La tua morte, ahimè, dice la piccina, mi impedirà di sapere come finisce la bellissima fiaba che avevi cominciato a narrarmi…»
Il Sultano è preso all’amo. Anche lui vuole sapere come va a finire la storia. E Sheherazade comincia a raccontare.
Dunque da un lato sta il Sultano come simbolo di una posizione maschile di misoginia e crudeltà. Dall’altro sta Sheherazade come simbolo di una sapienza femminile capace di smentire il pregiudizio misogino e di sconfiggerne gli effetti violenti. Armata unicamente dalla sua arte, tutta femminile, di narratrice, Sheherazade ha con il Sultano è un rapporto conflittuale, sebbene non violento. Ciò che lei si è prefissa è la capitolazione del nemico.
Ma il conflitto è anche un rapporto di desiderio, di seduzione. È un rapporto altamente erotico che è tale senza perdere la sua connotazione di conflitto. Un corpo a corponon cruento dunque, che non distrugge la vita, ma la crea. Sappiamo che in una delle sue ramificazioni ipertestuali le Mille e una notte ci dicono che, mentre il racconto procede, alla coppia sultanale nascono due figli e una figlia. Dunque un conflitto non distruttivo, ma creativo.
Ma ritorniamo sulla terrazza narrata da Mernissi. Fatima e Samir sono cugini nati lo stesso giorno. Compagni di giochi e di vita per tutta l’infanzia. Samir è l’alter-ego maschile di Fatima, il suo interlocutore privilegiato per tutti gli anni di cui il libro racconta la storia. L’autobiografia dell’autrice si chiude con il passaggio all’adolescenza, segnato dalla separazione inevitabile dal cugino/gemello. La mannaia della divisione di genere è calata sui due ragazzi, senza che nessun intervento adulto sia necessario. Le loro strade divergono come seguendo una legge di natura.
Viene alla mente ciò che Pierre Bourdieu afferma nel suo libro Il dominio maschile[3]: «un dispositivo culturale è veramente efficace quando non ha bisogno di giustificazioni e passa per naturale».
“La forza dell’ordine maschile – scrive Bourdieu – si misura dal fatto che non deve giustificarsi: (cioè rientra nell’ordine naturale delle cose) la visione androcentrica si impone in quanto neutra e non ha bisogno di enunciarsi in discorsi miranti a legittimarla. L’ordine sociale funziona come un’immensa macchina simbolica tendente a ratificare il dominio maschile sul quale essa si fonda.”
Fatma e il cugino Samir sono sempre andati a fare le loro abluzioni insieme nel hammàm delle donne, ma da un certo momento in poi Samir incomincia a rivolgere al seno delle bagnanti degli sguardi non più del tutto infantili e il padre decide che è giunto il momento di trasferirlo nel hammàm degli uomini, più spartano, con meno trattamenti di bellezza rispetto a quello delle donne. Fatma dal canto suo ha cominciato a cospargersi di tutti gli unguenti, le creme e i profumi che l’arsenale femminile le mette a disposizione. Il cugino Samir la critica per queste frivole attività. Ecco come si conclude il libro e l’infanzia della protagonista.
Samìr osservò che al hammàm degli uomini nessuno faceva uso di henne e di maschere per la faccia. «Gli uomini non hanno bisogno dei preparati di bellezza», disse. (…) «Credo che gli uomini abbiano una pelle diversa», tagliò corto. Mi limitai a fissarlo. Non c’era nulla che potessi dirgli perché, per la prima volta nei nostri giochi di bambini, capii che tutto quello che Samìr aveva detto era giusto, e qualunque cosa avessi detto io non avrebbe avuto la stessa importanza. Di colpo, tutto mi parve strano e complicato, al di là della mia portata. Capivo che stavo oltrepassando una frontiera, varcando una soglia, ma non riuscivo a immaginare che tipo di spazio fosse quello in cui mi accingevo a entrare. Di colpo, mi sentii triste senza ragione, me ne andai da Mina, sulla terrazza, e mi sedetti vicino a lei.
Mina è una donna africana che vive sulla terrazza di casa Mernissi. Rapita dal suo villaggio ancora bambina è venduta ai trafficanti arabi di schiavi diretti alle città del Nord. In Marocco è una circolare dell’amministrazione francese del 1922 che dà a gli schiavi la possibilità di ricorrere al tribunale per recuperare la libertà. Questa norma porterà all’eliminazione definitiva della schiavitù. Ma molte donne ormai anziane, preferirono continuare a vivere con le famiglie dove avevano trascorso tutta la vita. Mina diceva sempre che non avrebbe saputo ritrovare la foresta da cui l’avevano strappata. Ecco il suo dialogo con Fatima.
Mina mi scompigliò i capelli. «Perché siamo così calmi oggi?», mi domandò. Le raccontai della mia conversazione con Samìr, e anche di quello che era successo al hammàm. Lei mi ascoltò, con la schiena appoggiata al muro di ponente, col suo turbante giallo più elegante che mai, e quando ebbi finito di raccontare, mi disse che la vita, d’ora in avanti, si sarebbe fatta più dura, sia per me che per Samìr. «Da bambini la differenza non conta», disse. «Ma da ora in poi, non potrete più sfuggirle. La differenza, con la sua legge, governerà le vostre vite. E il mondo si farà più spietato».
«Ma perché questo?», le chiesi. «E perché non si può sfuggire alla legge della differenza? Perché i maschi e le femmine non possono continuare a giocare insieme, anche quando crescono? Perché questa separazione?».
Mina replicò senza dare risposta alle mie domande, ma dicendo che, a causa di questa separazione, uomini e donne vivono delle vite molto infelici. La separazione crea un enorme divario nella comprensione. «Gli uomini non capiscono le donne», disse, «e le donne non capiscono gli uomini, e tutto comincia quando i bambini vengono separati dalle bambine al hammàm. Allora, una frontiera cosmica spacca il pianeta in due metà. E la frontiera indica la linea del potere, perché dovunque esista una frontiera, ci sono due categorie di esseri che si muovono sulla terra di Allah: i potenti da una parte e i senza potere dall’altra».
Chiesi a Mina su quale metà del pianeta mi trovassi io. La sua risposta fu rapida, breve e chiara: «Se non puoi uscirne, allora sei dalla parte di quelli che non hanno potere».
La piccola Fatima ha definitivamente capito che cos’è un harem.
[1] Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli 2001
[2] Le mille e una notte, edizione a cura di Francesco Gabrieli, Einaudi, 2013
[3] Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, 2014






